Tra uomo e mito cinematografico: 60 anni fa moriva Humphrey Bogart

È uno degli attori più famosi della storia del cinema, uno dei nomi che è arrivato a costituire l'essenza stessa della Settima Arte: dotato di un viso rude e affascinante e di una presenza scenica incomparabile, ha ridefinito più generi cinematografici, arrivando a generare un tipo di interpretazione tutta sua, alla Bogart.

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AVREMO SEMPRE BOGART…

Nella storia del cinema, pochi attori hanno saputo incarnare e definire interi generi come Humphrey Bogart è riuscito a fare con il noir classico, i film di gangster, quelli di detective, tanto da crearne uno nuovo, quello dei “film alla Bogart”, come sottolinea lo scrittore Jonathan Coe nella bella biografia Caro Bogart dedicata all’attore.

Con quel viso segnato e vissuto su cui campeggiava una caratteristica cicatrice all’altezza del labbro superiore rimediata quando era poco più che adolescente, l’aria rocciosa e malinconica, la duplice fama di attaccabrighe alcolizzato (che, mai, stando alle cronache, uscì vincitore da una delle zuffe in cui si era cacciato) e di uomo onesto e romantico fedele ai propri ideali, Bogart è diventato parte stessa della narrativa cinematografica, come ci hanno dimostrato, per esempio, Jean-Paul Godard che, in FINO ALL’ULTIMO RESPIRO (À bout de souffle, 1960) fa “imitare” Bogart a Belmondo, ed Herbert Ross che, nella commedia PROVACI ANCORA, SAM (Play It Again, Sam, 1972), ha affiancato a Woody Allen un maestro di vita immaginario con le fattezze e gli atteggiamenti del rude attore.

60 ANNI SENZA LA SPLENDIDA RUDEZZA DI BOGIE

Il mitico Bogie (il soprannome preferito da Bogart gli fu affibbiato dall’amico Spencer Tracy) se ne andava 60 anni fa,  il 14 gennaio 1957, ucciso appena cinquantottenne da un carcinoma all’esofago: insieme al gioco degli scacchi e all’alcool consumato in maniera esagerata (pare che interrompesse qualsiasi attività sul set alle 6 del pomeriggio, per andare a scolarsi il primo scotch della serata, facendo imbestialire troupe e colleghi costretti a rimandare tutto il lavoro al giorno dopo), le sigarette sono state una delle sue più grandi passioni, tanto che è difficile figurarselo senza una cicca appiccicata alle labbra e una nuvola di fumo pronta ad aleggiare intorno alla falda del suo Borsalino.

In una foto promozionale di Casablanca (1942): trench, sigaretta e Borsalino… Più Bogart di così!

Contrariamente al suo atteggiamento da anti-divo, umorale, profondamente ironico, sincero negli affetti, Bogie è stato una stella, eccome, un professionista capace di dettare legge non solo nell’ambito della recitazione cinematografica, delineando uno stile, un’allure, assolutamente personale, ma anche nel campo della moda: Peter Ustinov, che, nel 1955, fu suo partner sul set di NON SIAMO ANGELI, disse di lui: La sua grande qualità fondamentale era una splendida rudezza. Anche quando era squisitamente abbigliato, mi dava l’impressione che da un momento all’altro avrebbe potuto accendere un fiammifero strofinandoselo sulla mascella”. Ne è un esempio il successo imperituro dei trench à la Bogart nato dopo l’exploit di CASABLANCA (1942), uno dei grandi capolavori inattesi della storia del cinema, come lo definisce Peter Bogdanovich nel gustoso libro Chi c’è in quel film?
A dispetto dello scarso feeling esistente tra i suoi pur affascinanti protagonisti, Bogie e Ingrid Bergman, e le incertezze di una sceneggiatura a cui mise mano un numero imprecisato di persone (la Bergman ha ricordato: “Ogni giorno ci davano i dialoghi e cercavamo di capirci qualcosa. Nessuno sapeva dove andasse a parare il film e nessuno sapeva come sarebbe andato a finire”), il film di Michael Curtiz vinse 3 Oscar (Miglior Film, regia e, ironia della sorte, sceneggiatura) e consacrò Bogart nell’immaginario collettivo, grazie a una commistione di elementi disparati (romantici, comici, politici) uniti da un precario ma riuscito equilibrio che Umberto Eco ha riassunto efficacemente, definendo CASABLANCA “un film modestissimo”, ma anche un interessante lavoro antologico: non un film, ma tanti film, dal racconto d’avventura a quello di propaganda, fino al più puro strappalacrime. Proprio come Bogart: in lui, convivevano gli spiriti dei personaggi interpretati sul grande schermo, non perché essi lo avessero pervaso, ma perché egli stesso gli aveva dato vita, rendendo ciascuna interpretazione, anche quella più mediocre, una prova “alla Bogart”.

UNA CARRIERA INTENSA E COMPLESSA, COME LA SUA VITA

Ad ogni modo, pur consci della bravura di Bogey, occorre essere onesti e riconoscere che l’alchimia finale creata dall’uomo e dall’attore, il tipico personaggio-Bogart, “il beniamino esistenziale dei critici francesi”, riuscì a concretizzarsi appieno non solo per via della predisposizione e dell’istinto di Bogart, ma anche grazie all’apporto di registi e sceneggiatori come John Huston, Raoul Walsh, Howard Hawks, William Faulkner, che colsero gli aspetti più spigolosi e attraenti del soggetto, contribuendo a trasformarli nel suo marchio di fabbrica.
Dopo aver esordito con qualche difficoltà a Broadway, dove lavorò anche come direttore di una compagnia teatrale, e mantenendosi a Hollywood come insegnante di recitazione, Bogart è approdato al mondo del cinema già trentenne, nel 1928, comparendo in due cortometraggi andati perduti (THE DANCING TOWN e BROADWAY’S LIKE THAT) e, successivamente, in un paio di pellicole di maggior rilievo, tra cui il western RISALENDO IL FIUME (Up the River, 1930), sul cui set, lavorando al soldo di John Ford, nacque l’amicizia con Tracy. Tra alti e bassi, incarnando sovente il ruolo di belloccio sportivo e talvolta quello del gangster, lavorando come un forsennato per stare dietro ai ritmi imposti dalla Warner Bros., la casa di produzione che lo aveva scritturato, Bogart ebbe la sua prima grande chance con il film LA FORESTA PIETRIFICATA (The Petrified Forest, 1936) diretto da Archie Mayo, dove arrivò quasi per caso, grazie al rifiuto del collega Leslie Howard, all’epoca stufo di recitare in ruoli da duro malavitoso: per ringraziare Howard, Bogart e la sua quarta moglie, la bellissima collega Lauren Bacall, il mitico “sguardo” di Hollywood (sui manifesti dei film, veniva presentata come “The Look”, per via dei suoi occhi glaciali e magnetici), chiamarono la loro figlia Leslie.
Benché a quei tempi Bogie fosse ancora sposato con l’attrice Mayo Methot (LE CINQUE SCHIAVE, 1937), sua gelosissima compagna di tristi ubriacature, morta nel 1951 ormai dimenticata da molti, vittima di una malattia legata al suo abuso di alcool, la relazione tra Bogart e la Bacall nacque sul set di un altro film “improvvisato”, ACQUE DEL SUD (To Have and Have Not, 1944), adattamento (molto libero) del romanzo Avere e non avere di Ernest Hemingway diretto da Howard Hawks. La Bacall, all’epoca diciannovenne, venne scovata e scelta grazie alla moglie di Hawks, che la vide ritratta sulla copertina di una rivista, segnalandola al marito.  La pur giovane Lauren, che, ai tempi, si chiamava ancora Betty Joan Perske, era il perfetto contraltare femminile di Bogart: Hawks vide in lei la giusta combinazione di onestà e intraprendenza giovanile che avrebbe incontrato il gusto del pubblico, capace di dare vita a un’insolenza molto simile a quella di Bogie e di dire senza tentennamenti battute come la celebre: “Sai che con me non occorrono tante commedie. Non devi dir niente, non devi neanche far niente, neanche un gesto. O, se vuoi, basta un fischio… Tu sai fischiare, vero, Harry?”.

Bogie e la Bacall

Il loro matrimonio, da cui nacquero gli unici due figli dell’attore, Leslie e Stephen, fu il più lungo di Bogart e venne interrotto solo dalla sua morte: la coppia, affiatata e intimamente complice al punto che Katharine Hepburn, co-protagonista con Bogie del film LA REGINA D’AFRICA (The African Queen, 1951) di John Huston, affermò: “Sembrava che tra lei e Bogie ci fosse un’attrazione fisica enorme, e quando litigavano lo facevano con la grande confidenza di due gatti chiusi nella stessa amorevole gabbia.
Bogart e la Bacall girarono insieme anche L’ISOLA DI CORALLO (Key Largo, 1949), sempre di Huston, IL GRANDE SONNO (The Big Sleep, 1946) ancora di Hawks, uno dei pilastri del cinema noir, ispirato a un romanzo di Raymond Chandler, e LA FUGA (Dark Passage, 1947) di Delmer Daves.
Fu Lauren a coniare il termine Rat Pack (più o meno la originale “Banda dei Topi”, nata a Los Angeles, sulle colline di Holmby Hills, e morta insieme a Bogie), per definire il gruppetto di amici formato, tra gli altri, da Bogart, Frank Sinatra, Spencer Tracy, David Niven e la moglie, Judy Garland e il terzo marito: “Ci sono pochissimi Topi in questa città. Se proprio vuoi descriverli, puoi dire che ai Topi piace stare alzati fino a tardi e bere un sacco. Siamo contro gli ipocriti, contro i noiosi (…). Principio fondamentale dei Topi: ce ne freghiamo di chi ci trova simpatici, basta che ci troviamo simpatici fra noi. E ci troviamo molto simpatici, noi”, spiegò lo stesso Bogart.

IL MITO IMPERITURO DI BOGART

Humphrey Bogart ha recitato in più di 80 film: il suo ultimo lavoro è stato il significativo IL COLOSSO D’ARGILLA  (The Harder They Fall, 1956), in cui Bogie lavorò al fianco di Rod Steiger. Fu una delle prime significative occasioni in cui la “vecchia scuola” e l’Actor’s Studio si scontravano su un set e non solo durante le cerimonie di premiazione, quando due dei loro più carismatici rappresentanti, Bogart e Marlon Brando, si “alternavano” i riconoscimenti per il miglior attore protagonista, esattamente come era accaduto in occasione degli Oscar 1955, che aveva visto lo scontro tra FRONTE DEL PORTOL’AMMUTINAMENTO DEL CAINE, con il Terry Malloy di Brando che si prendeva la rivincita sul Capitano Queeg di Bogart, dopo la disfatta del Kowalski  di UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO, scontratosi con il Charlie Allnut de LA REGINA D’AFRICA, agli Academy Awards del ’52.

L’Oscar vinto nel 1952 per La regina d’Africa

Durante il funerale di Bogart, John Huston disse che quella di Bogie non fu “una lunga vita, se misurata in anni”, ma la sua pur intensa carriera è stata contrassegnata da un periodo di successi ancora più breve. A questo proposito, Coe sottolinea: “(…) quindici anni ai vertici della professione, dopo più di quattro decenni di sforzi, batoste, false partenze, errori di calcolo, matrimoni falliti, film falliti, delusioni, infelicità. È la storia di quei quarant’anni che leggiamo in viso a Bogart in CASABLANCA, nell’incredibile flemma di Harry Morgan in ACQUE DEL SUD e di Philip Marlowe ne IL GRANDE SONNO”.
Perché il fascino e la presenza scenica di Bogart trascendono ancora oggi lo schermo? A dispetto delle battute improbabili affidategli, contro ogni apparente logica narrativa, Bogie era credibile perché era in grado di diventare il personaggio interpretato. A proposito della sua abilità interpretativa, Raymond Chandler disse: “Per dominare una scena, a Bogart basta entrarci”.

Bogart alias Sam Spade in un’immagine promozionale de Il mistero del falco (1941)

In un divertente ritratto di Bogart scritto da Bogdanovich per la rivista Esquire qualche anno dopo la scomparsa dell’attore, il cineasta newyorkese ha descritto così il tipo-Bogart“Qualunque lavoro faccia -reporter, gestore di night, gangster, detective, proprietario di barca da pesca, procuratore distrettuale o avvocato- è sempre, ma con disinvoltura, un professionista integrale. L’immagine di Bogart è quella di un americano nell’accezione del termine che proprio attori come lui hanno contribuito a delineare con precisione nella fantasia diffusa, ovvero il rappresentante di un’America che non esiste più, o che, potenza del cinema, non è mai esistita, in un amalgama tra realtà e finzione che è ben reso dalla battuta-chiave del suo Samuel Spade nel fondamentale IL MISTERO DEL FALCO (The Maltese Falcon, 1941) di John Huston: “Questa è la materia di cui sono fatti i sogni”.

CATEGORIE: Anniversari

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