I Magnifici 7 – Le migliori quisquilie e pinzellacchere di Totò

50 anni fa, il 15 aprile 1967, se ne andava l'inimitabile Totò, il principe della risata, la maschera comica del cinema italiano per eccellenza il cui ricordo non accenna a diminuire. Lo ricordiamo con 7 scene indimenticabili della sua ricca filmografia.

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TOTÒ, IL PRINCIPE DELLA RISATA

50 anni senza Totò. Era la notte del 15 aprile 1967, quando un attacco di cuore lo colse, portandolo dolorosamente alla morte. Da allora, è trascorso tanto tempo: l’Italia, la società e il cinema italiano hanno subito profondi mutamenti. Eppure, il mito di Totò non tarda a scemare: i film di cui è stato assoluto protagonista o comprimario di lusso, vengono programmati e riprogrammati in tv, conquistando nuovi spettatori e riconfermando quelli vecchi che, di volta in volta, ritrovano con piacere celeberrime battute e noti ammiccamenti.
Nella sua lunga carriera cinematografica, composta da più di 100 film e iniziata esattamente 80 anni fa con la commedia FERMO CON LE MANI (1937) di Gero Zambuto, Totò è riuscito a conquistare la simpatia del pubblico, ma ha dovuto far fronte costantemente all’aperta disapprovazione di critici, registi e colleghi attori che ritenevano lui e i suoi lavori dozzinali, se non volgari. Egli ne soffrì, esternando talvolta pubblicamente il suo rammarico o, perlopiù, calandosi amareggiato in un nuovo ruolo, nascosto dietro la maschera comica costruita con sapienza nell’arco di quasi 70 anni di vita.

Totò e Ninetto Davoli sul set di “Uccellacci e uccellini”

Il Principe Antonio De Curtis, guappo malinconico e solitario, acuto e silenzioso osservatore nato nell’affollato rione Sanità di Napoli (dove, seppure in condizioni fatiscenti, esiste ancora la casa che gli ha dato i natali), ha saputo rielaborare e trasformare la miseria e le umiliazioni conosciute durante l’infanzia e in gioventù in un repertorio comico di impareggiabile efficacia: Totò è sempre stato credibilissimo, sia nell’atto di interpretare la marionetta ammiccante che l’uomo comune, sovente immischiato in intrighi e faccende di declinazione quasi grottesca. La commedia dell’arte e l’avanspettacolo scorrevano nelle sue vene come un fiume in piena. Alberto Sordi disse di lui: “Totò non è un attore, è un miracolo”.
In giro per l’Italia, vie, scuole e circoli didattici ricordano, postumi, il suo estro: onorata da una sua celebre battuta (“Sono un uomo di mondo: ho fatto tre anni di militare a Cuneo”, contenuta nel film TOTÒ A COLORI), perfino la città di Cuneo, nel 2001, gli ha intitolato un’intera piazza e, nella cittadina piemontese, ha sede l’Associazione dagli Uomini di Mondo, che riunisce tutti coloro i quali hanno svolto qui il servizio di leva.
Recentemente, Renzo Arbore, suo grande ammiratore, è riuscito a ottenere per “il principe della risata” la laurea honoris causa alla memoria presso l’Università di Napoli.

7 SCENE CULT DI TI TOTÒ

Torna la rubrica I Magnifici 7 e, in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’inimitabile attore, Nientepopcorn.it la dedica al grande Totò e ad alcune delle scene più famose tratte dai suoi film: vi assicuriamo che la scrematura è stata davvero difficile, perché, tra quisquilie e pinzellacchere, è davvero arduo mettere mano alla produzione del principe.

  • I due colonnelli
    7.3/10 38 voti

    7. CARTA BIANCA

    Steno è stato uno dei registi con cui Totò ha lavorato nel maggior numero di occasioni: a partire dal 1949 (TOTÒ CERCA CASA, co-diretto con Mario Monicelli), i due hanno collaborato in 11 film, dando vita ai celebri e spassosi duetti di Totò con Aldo Fabrizi (GUARDIE E LADRI, 1951, ancora co-diretto da Steno con Monicelli; I TARTASSATI, 1959) e a quello che viene considerato il primo film a colori della storia del cinema italiano, TOTÒ A COLORI (1952). I DUE COLONNELLI (1963), ambientato sul confine greco-albanese negli anni della Seconda Guerra Mondiale, vede Totò nei panni di Antonio Di Maggio, il severo colonnello di uno scalcinato battaglione italiano e nemico-amico di un suo pari grado britannico (Walter Pidgeon). Il film, che vede al fianco di Totò anche Nino Taranto nel ruolo del sergente Quaglia, richiama almeno altre due pellicole con una simile ambientazione bellica, I DUE NEMICI (The Best of Enemies, 1962) di Guy Hamilton, con Alberto Sordi e David Niven, e -soprattutto- I DUE MARESCIALLI (1961) di Sergio Corbucci, con Vittorio De Sica e lo stesso Totò: quello di Steno, non è uno dei titoli più riusciti della filmografia di Totò, ma risulta godibile grazie alla sua scoppiettante interpretazione, su cui troneggia l’indimenticabile sequenza in cui il colonnello Di Maggio, ormai completamente deluso dagli alleati tedeschi, si oppone in maniera tanto liberatoria quanto colorita a un ufficiale nazista che ordina a lui e ai suoi uomini di bombardare un intero paese, senza aver provveduto prima alla sua evacuazione.

  • Uccellacci e uccellini
    7.6/10 111 voti

    6. LA CONVERSIONE DEGLI UCCELLI

    Dirigendolo nel segmento Che cosa sono le nuvole? contenuto nel film a episodi CAPRICCIO ALL’ITALIANA (1968), Pier Paolo Pasolini è stato l’ultimo regista cinematografico a lavorare su un set con Totò: l’attore, infatti, sarebbe morto improvvisamente poco tempo dopo la fine delle riprese. Il breve ma felice sodalizio tra i due era iniziato nel ’66, con il film UCCELLACCI E UCCELLINI, ed era proseguito con uno dei 5 episodi del film LE STREGHE (1967), La Terra vista dalla Luna. In tutte le occasioni, Pasolini scelse di accompagnare Totò al suo attore-feticcio, Ninetto Davoli, dando vita a una coppia cinematografica inedita e, fino ad allora, impensabile tanto quanto quella formata dal controverso intellettuale e dall’attore. Pasolini apprezzava profondamente Totò, di cui amava la capacità di essere comico e “napoletano”, ovvero semplice, bonario, umano. Intervistato da Giancarlo Governi per il libro Vita di Totò, Pasolini ebbe a dire: “Nel mio film Totò non si presenta come piccolo-borghese, ma come proletario o sottoproletario, come lavoratore. E il suo non accorgersi della Storia è il non accorgersi della Storia dell’uomo innocente, non del piccolo-borghese che non vuole accorgersene per i suoi miseri interessi personali e sociali”.
    Per la sua interpretazione in UCCELLACCI E UCCELLINI, grazie alla quale l’attore mostrò al cinema, forse per la prima volta, il lato più sognante e malinconico della sua personalità, nel 1967 Totò vinse un Nastro d’Argento mentre, nel ’66, gli era stata assegnata una menzione speciale durante il Festival di Cannes, dove il film di Pasolini era candidato alla Palma d’Oro.

  • Totòtruffa '62
    7.6/10 66 voti

    5. LA VENDITA DELLA FONTANA DI TREVI

    Il sodalizio fra Totò e il regista e sceneggiatore Camillo Mastrocinque è durato ben 10 film ed ebbe inizio nel 1954, con il “fantasy” TOTÒ ALL’INFERNO (1954), ma il primo titolo di successo della coppia è stato SIAMO UOMINI O CAPORALI? (1955), incarnazione cinematografica della filosofia dell’attore, secondo cui, riprendendo una battuta già pronunciata nel film TOTÒ LE MOKÒ (1949) di Carlo Ludovico Bragaglia, il mondo si divide tra chi sopporta con sacrificio il peso di una vita grama (gli uomini) e chi, tendendo al guadagno, si prodiga nell’umiliare e tiranneggiare (i caporali): “La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali per fortuna è la minoranza”, sospira Totò nel ruolo di Antonio Esposito. Nel corso della loro collaborazione, Mastrocinque e il Principe hanno dato vita ad alcuni dei più noti e riusciti film di Totò, sovente in coppia con la spalla decurtisiana per eccellenza, Peppino De Filippo, come TOTÒ, PEPPINO E I FUORILEGGE e LA BANDA DEGLI ONESTI, distribuiti entrambi nel 1956. In TOTÒTRUFFA ’62 (1962) Mastrocinque affiancò a Totò un altro attore napoletano particolarmente brillante, proveniente come lui dall’avanspettacolo, Nino Taranto: attraverso una serie di travestimenti, la coppia si prodiga in truffe di varia natura, la più famosa delle quali, la vendita della Fontana di Trevi a un italiano emigrato da tempo in America, è diventata sinonimo della discutibile arte del raggiro.

  • Gli onorevoli
    6.8/10 19 voti

    4. VOT’ANTONIO

    In un tourbillon di grandi volti della commedia italiana composto da Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Franca Valeri, Walter Chiari e Gino Cervi, ne GLI ONOREVOLI (1963) di Sergio Corbucci Totò è Antonio La Trippa, candidato alle elezioni come portavoce dei monarchici.
    La sezione del lungometraggio a lui dedicata è indubbiamente la più riuscita e divertente, mentre lo slogan contenuto nella sequenza dedicata alla sua campagna elettorale condominiale è diventato perfino più noto del film stesso e, in occasione di qualsivoglia forma di elezioni, viene scelto come promemoria ironico per la chiamata al voto.

  • I soliti ignoti
    8.3/10 291 voti

    3. BUONGIORNO, BRIGADIERE

    Mario Monicelli e Totò hanno lavorato insieme in diverse occasioni. Dopo alcuni film realizzati in coppia con Steno, Monicelli diresse l’attore in tre film: il censuratissimo TOTÒ E CAROLINA (1955), RISATE DI GIOIA (1960), con Anna Magnani e, soprattutto, I SOLITI IGNOTI (1958), il titolo che ha inaugurato l’irripetibile stagione della commedia all’italiana, ricevendo anche una candidatura agli Oscar. Totò ha un ruolo minore, ma fondamentale: è Dante Cruciani, un esperto scassinatore a cui Peppe (Vittorio Gassman) e la sua scalcinata banda di ladri si rivolgono per avere qualche dritta in vista di un colpo milionario all’interno di un appartamento. In una Roma che mostra i vividi segni della Guerra conclusasi da pochi anni, sul terrazzo del condominio in cui vive agli arresti domiciliari, tra panni stesi e bacinelle, Cruciani impartisce ai suoi discepoli una lezione in corpore vili, con l’ausilio di seghe circolari, un buzzichetto dell’olio e, ovviamente, una “comare”.

  • Miseria e nobiltà
    8.1/10 125 voti

    2. PASTASCIUTTA

    Realizzato tra UN TURCO NAPOLETANO (1953) e IL MEDICO DEI PAZZI (1954), MISERIA E NOBILTÀ (1954) costituisce il nucleo della trilogia cinematografica di Eduardo Scarpetta diretta in toto da Mario Mattoli e interpretata dal mattatore Totò, nei panni di personaggi sempre diversi ma puntualmente omonimi, tali Felice Sciosciammocca. Padre di Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, Scarpetta (1853-1925) è considerato il creatore del teatro dialettale moderno e uno degli attori e autori napoletani più influenti della storia. I tre vivacissimi copioni adattati per il cinema, ambientati tra Napoli e Sorrento, hanno per protagonisti persone del popolo e della piccola borghesia e raccontano di sotterfugi, espedienti, bugie, travestimenti, e sono conditi da situazioni comiche e battute fresche, irridenti e maliziose. In MISERIA E NOBILTÀ, recitarono altri importanti attori del teatro comico italiano confluiti, poi, tra i tanti caratteristi della commedia cinematografica, come Dolores Palumbo ed Enzo Turco, nonché una giovane ed altera Sophia Loren e Carlo Croccolo, attore amatissimo da Totò che, negli ultimi anni della vita del De Curtis, segnati dalla quasi totale cecità, lo sostituì diverse volte in sala di doppiaggio. Tra le tante scene divertenti di questa commedia degli equivoci, è impossibile non ricordare la famelica abbuffata di spaghetti delle famiglie dello scrivano Sciosciammocca e del fotografo Pasquale, con tanto di pastasciutta nascosta nelle tasche, splendida metafora dell’Italia appena uscita dalle miserie della Seconda Guerra Mondiale e quasi incredula di fronte alle prospettive offerte dall’imminente boom economico.

  • 1. LA LETTERA

    TOTÒ, PEPPINO… E LA MALAFEMMINA (1956) di Camillo Mastrocinque (con Ettore Scola aiuto-regista) può essere considerato un cult del cinema comico italiano: il soggetto del film è alquanto banale e le parentesi sentimentali tra Teddy Reno e la fatale Dorian Gray sono decisamente stucchevoli, ma la perfetta sintonia esistente tra Peppino De Filippo e Totò, autori di alcune tra le migliori trovate inserite nel lungometraggio, rende alcune scene uniche e irripetibili (a fronte di numerosi tentativi di imitazione) che, da sole, valgono la visione dell’intera pellicola.
    L’arrivo dei Caponi dalla campagna campana a Milano e la richiesta di informazioni dei due fratelli a un vigile, in Piazza del Duomo, sono immagini e sketch entrati nell’immaginario collettivo, ma la vera regina del film e quintessenza dell’Arte del comico napoletano, in cui il deficit culturale (rappresentato dalla scarsa padronanza della lingua e della grammatica) si trasforma in citazione imperitura, è la sequenza in cui Totò e Peppino compongono e scrivono la lettera con cui intendono dissuadere la famosa “malafemmina” dal continuare a frequentare il loro promettente nipote, “studente che studia”.

CATEGORIE: I Magnifici 7

1 commento

  1. nadler / 19 aprile 2017

    Passeranno mode, costumi, tecnologie, ma Toto’ restera’ eterno!

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