I Mestieri del Cinema – Il caratterista: il documentario di Michele Coppini

Nuovo appuntamento con la rubrica di Nientepopcorn.it dedicata al "saper fare" cinema. Con il documentario "Ora non ricordo il nome" di Michele Coppini, parliamo di una figura fondamentale del cinema italiano che ha raggiunto l'apice durante la felice stagione della commedia all'italiana di qualità.

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Proseguendo il suo viaggio alla scoperta de I Mestieri del Cinema, cioè di quelle figure professionali indispensabili alla realizzazione di un progetto cinematografico, Nientepopcorn.it si inoltra nel mondo dei caratteristi, attori solo apparentemente defilati, ma fondamentali all’interno della macchina-film.
Per saperne di più, ci siamo affidati a Michele Coppini: dopo alcune esperienze cinematografiche a budget ridotto e la webseries CALCIO ALL’ITALIANA realizzata per i magazine sportivi Corriere dello Sport e Tuttosport, Michele ha diretto il documentario indipendente ORA NON RICORDO IL NOME (2016), sceneggiato insieme a Massimiliano Manna e prodotto dalle Officine Papavero di Firenze in collaborazione con Cribari Film: dopo essere stato presentato in diversi cinema tra Roma e Firenze dall’Associazione Anémic, il documentario sarà distribuito prossimamente per il circuito home video da CG Entertainment (ex-Cecchi Gori Group).

Con il suo mix di interviste e sketch interpretati da Coppini e Stefano Martinelli, il docufilm ORA NON RICORDO IL NOME è un interessante omaggio a uno degli ingredienti fondamentali della migliore commedia all’italiana, il caratterista. Con tale termine, si è soliti fare riferimento a un attore “minore”, a cui, in fase di sceneggiatura, viene riservato il ruolo di spalla brillante, al fianco del protagonista in una o più scene. Come riassume bene la cantautrice Silvia Vavolo nella canzone che accompagna il documentario, il caratterista è “il non-protagonista con la faccia buffa”, colui che, più o meno volontariamente, incarna un “carattere”.
Durante l’epoca d’oro della commedia all’italiana, cineasti del calibro di Monicelli, Dino Risi e Scola hanno saputo sfruttare nel migliore dei modi le qualità dei caratteristi impiegati nei propri film: oltre a precise peculiarità fisiche, utili a lasciare impresso nel pubblico il ricordo di un volto (e non del nome, come ricorda argutamente il titolo del documentario di Coppini), i migliori caratteristi sono quelli in grado di segnare indelebilmente una scena, se non un intero film, con perfetti tempi recitativi, sovente di declinazione comica, scandendo il ritmo del racconto e permeandolo del proprio carisma.

Stefano Martinelli e Michele Coppini nel documentario “Ora non ricordo il nome” (2016)

A torto, quello del caratterista è considerato sommariamente un ruolo di ripiego, un riempitivo “simpatico” posto ai margini di una specifica situazione, tanto da assumere quasi un’accezione dispregiativa. Si tratta di un pregiudizio quantomai sbagliato: a dispetto del sentire diffuso, secondo cui, in quanto “spalla”, non può essere considerato un “vero” attore, in realtà il caratterista è colui che concorre a definire il tono del racconto, a caratterizzare, letteralmente, il contesto.
Nella storia del cinema italiano, la buona commedia nostrana ha visto in azione alcuni indimenticabili caratteristi che -pure- hanno avuto diversi ruoli da co-protagonisti, se non da primattori: Tina Pica, Carlo Pisacane, Mario Castellani, Tiberio Murgia, Mimmo Poli, Mario e Memmo Carotenuto, Peppino De Filippo,  Franca Valeri, Gigi Reder, Gianni Agus, Lella Fabrizi, Mario Brega… sono solo una parte dei tanti professionisti che hanno punteggiato la storia del nostro cinema con interpretazioni che, in molti casi, sono entrate nella memoria collettiva in qualità di veri e propri cult. Ma anche attori di prima fila come Aldo Fabrizi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Alberto Sordi e Ugo Tognazzi hanno lavorato sfruttando i “trucchi” dei migliori caratteristi, mettendosi adeguatamente al servizio degli umori caustici della migliore commedia all’italiana.

Con ORA NON RICORDO IL NOME, Michele Coppini ha provato a spiegare come e perché il caratterista è uno degli elementi che concorrono alla buona riuscita di un film: Nientepopcorn.it lo ha intervistato.

Nientepopcorn: “Come mai hai deciso di concentrarti su una figura così peculiare del cinema italiano?”
Michele Coppini: “In un periodo storico in cui tutti vogliono apparire ed essere protagonisti, mi è sembrato d’obbligo rendere omaggio a quegli attori che, rimanendo quasi nell’ombra, hanno illuminato di luce propria grandi film. Purtroppo, quella del caratterista è una figura che sta scomparendo e che proprio per questo meriterebbe di essere protetta… Quasi come i panda dal WWF! Io, ai David di Donatello, inserirei anche la nomination al miglior caratterista“.

Nientepopcorn: “Per realizzare ORA NON RICORDO IL NOME, hai intervistato molti caratteristi che hanno prestato la loro professionalità ad alcuni dei film italiani più conosciuti e apprezzati degli ultimi anni, come Isa Gallinelli (BOROTALCO, 1982), Camillo Milli (HABEMUS PAPAM, 2011), Pietro Fornaciari (OVOSODO, 1997), Sergio Forconi (I LAUREATI, 1995), Franco Pistoni (IL RACCONTO DEI RACCONTI, 2015), Paola Tiziana Cruciani (LA BELLA VITA, 1994). Dalle loro dichiarazioni e dalla frequentazione pluridecennale dei set, emerge chiaro un concetto: quando ben sfruttato dal regista, il caratterista è la spina dorsale del film, eppure il cinema italiano degli ultimi anni sembra averlo quasi dimenticato“.
Michele Coppini: “Diciamo che, rispetto agli anni Sessanta, il momento di massimo splendore della commedia nostrana, il ritmo della narrazione ha subìto un’accelerazione. Cinquant’anni fa, il cinema era in fase di studio, di definizione: se, all’epoca, il film richiedeva una narrazione più “lenta”, questa non si percepiva come un fastidio o un inciampo. In quel contesto, il piccolo personaggio aveva maggiore spazio: il caratterista è figlio del Neorealismo, è nato nei film di De Sica e Rossellini per contribuire a definire una situazione in maniera realistica. Il lavoro del caratterista è riuscito, se il suo contributo concorre a rendere credibile ciò che viene raccontato nel film“.

Franco Pistoni nel documentario “Ora non ricordo il nome”

Nientepopcorn: “Nel documentario, Pistoni afferma: “Se penso alle tante facce usate da De Sica, da Pasolini, il termine ‘caratterista’ non mi sembra offensivo. Credo che il caratterista sia nato dall’esigenza di raccontare storie basate sulla realtà, che avevano bisogno di facce ‘vergini'”. Quindi, il cinema contemporaneo, che sceglie sempre più sovente di fare a meno dei caratteristi, che non li contempla neppure in fase di sceneggiatura, è meno vicino alla realtà?
Michele Coppini: “Vedi, la commedia è diversa da un film comico: capita spesso, oggi, che la commedia venga pensata solo in termini comici, con personaggi che sono più macchiette che caratteristi. La risata non può e non deve essere legata solo alla rappresentazione di una situazione assurda o triviale: ricordiamoci che, nelle commedie realizzate immediatamente dopo l’affermazione del Neorealismo, si rideva anche di cose drammatiche. È possibile che, a seguito del miglioramento delle condizioni economiche del Paese, allontanandosi via via dai dolori della guerra e della miseria, si sia persa questa sensibilità. Il volto e l’atteggiamento di un caratterista devono suggerire esperienze, vicende vissute: se un attore non riesce a far credere di essere chi impersona, non può essere convincente, né può far ridere”.

Marco Giusti nel documentario “Ora non ricordo il nome”

Nientepopcorn: “Il caratterista è un attore al 100%, dotato di una dignità professionale tale da essere capace di ‘disegnare’ un film, di supportare e sostenere i protagonisti. Tra il serio e il faceto, nel documentario la Cruciani esclama: “Ma ‘ndo vanno li artri attori, senza i caratteri?”. Il critico e giornalista Marco Giusti, cultore dell’argomento, nel tuo documentario ha definito i caratteristi: “il sale del cinema italiano: negli anni ’60 e ’70, senza di loro non si potevano fare i film, sia le commedie che quelli ‘alti'”. Eppure, capita che, vista la loro presenza marginale in scena, i caratteristi non vengano considerati davvero attori“.
Michele Coppini: “Per un attore, è normale ambire al ruolo di protagonista, ma non è detto che si tratti della massima aspirazione di tutti gli interpreti: fare il caratterista è quasi una scelta, sicuramente non è un ripiego. I caratteristi sono attori fantastici che amano interpretare ruoli minori ed essere ricordati per quello. La Cruciani ci ha raccontato che una delle sue interpretazioni preferite, in cui, tra l’altro, si rivede con piacere, è stata quella in FERIE D’AGOSTO (1994) di Paolo Virzì, eppure il suo è solo uno dei tanti volti che, con quelli di Gigio Alberti, Raffaele Vamoli, Rocco Papaleo, Piero Natoli, contribuisce a costruire il racconto, senza emergere in maniera particolare, rimanendo impresso nella memoria del pubblico. Sempre la Cruciani ci ha detto che, spesso, le capita di essere riconosciuta solo dalla voce. La bravura di un caratterista sta proprio in questo: rendersi unico, rimanendo discosto“.

Paola Tiziana Cruciani nel documentario “Ora non ricordo il nome”

Nientepopcorn: “Quali registi italiani, oggi, ti pare che sfruttino adeguatamente le capacità umane e artistiche dei caratteristi?”
Michele Coppini: “Carlo Verdone è uno di quelli che, come emerge in particolare dai film realizzati durante le prime fasi della sua carriera, sa elogiare i caratteristi. Anche Paolo Sorrentino e Matteo Garrone sanno quale sia il valore aggiunto fornito da un bravo caratterista. E, poi, Virzì, Pupi Avati, i Taviani, Giulio Manfredonia, il giovane Gabriele Mainetti, Nanni Moretti…”.

Nientepopcorn: “E qual è il tuo ‘tipo’ preferito, quali caratteristi apprezzi di più, nella storia del cinema italiano?”
Michele Coppini: “A me piacciono i cattivi, i cinici. Per intenderci, quelli come Angelo Bernabucci di COMPAGNI DI SCUOLA (1988), il macellaio che si beffa apertamente del ‘povero Fabris’ (Fabio Traversa). Con un film come PARENTI SERPENTI (1992),  per esempio, Mario Monicelli ha raggiunto livelli di cattiveria inarrivabili, usando una schiera di caratteristi perfetti, da Cinzia Leone a Monica Scattini, passando per Marina Confalone, Pia Velsi e Paolo Panelli: ci è riuscito, perché era consapevole di cosa voleva dire e come voleva dirlo. Non aveva a disposizione solo un grosso bagaglio artistico: soprattutto, ha potuto attingere a un vastissimo patrimonio personale di ricordi ed esperienze.  Per me, l’archetipo del caratterista è Carlo Monni (BERLINGUER TI VOGLIO BENE, 1977), che, nella recitazione, riversava tutta la sua umanità e la sua toscanità. Abbiamo voluto dedicare il documentario proprio a lui, scomparso nel 2013, perché, secondo noi, rappresenta perfettamente il caratterista per antonomasia“.

2 commenti

  1. icarus / 27 gennaio 2017

    Complimenti vivissimi per l’articolo! L’universo dei caratteristi mi ha sempre molto intrigato, specie la nutritissima cerchia dei caratteri italiani, sicché non vedo l’ora d’agguantare il documentario di Coppini. Era proprio ora di dare un nome a quei volti che hanno contribuito a fare la storia del nostro cinema ( e che spesso non sono state neppure accreditati, anche a distanza di decine di partecipazioni). Approfitto per ricordare che proprio oggi è scomparsa la milanese Gisella Sofio, probabilmente una delle ultime grandi caratteriste attive già nel secondo dopoguerra; anche lei, un personaggio difficile da dimenticare. Eccola insieme a Gigi Proietti e ad una neodiciottenne Cristiana Capotondi sul set del film per la tv ‘Un nero per casa’
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    • Stefania / 28 gennaio 2017

      @icarus: era da tempo che avevamo intenzione di trattare l’argomento e il documentario di Coppini è capitato al momento giusto 🙂
      Grazie per la segnalazione! Non ero a conoscenza della scomparsa della Sofio: ecco un altro di quei visi, in questo caso quello della “sciura borghese”, visto tante volte, ma di cui, appunto, non si ricorda il nome.

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