Recensione su Shame

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16 Gennaio 2012

Corpi (enumeriamo di nuovo i film che si incentrano sul corpo), colonna sonora potente (anche qui il mood continua) e città però, bella, presente, imponente, quasi un terzo personaggio. Ottima la fotografia, gelida e comunque realistica, ma che si concede per esempio la composizione iniziale che è fulminante, lui immerso nelle lenzuola blu. Film di pieni e di vuoti che gira intorno a spazi abbaglianti come l’appartamento di lui e ad una città il cui scorcio principe è il porto sul fiume, umida e sporca, ma brulicante di vita di notte, fredda e luminosissima di giorno. Storia di solitudine totalmente anarrativa che registra la routine di una persona anaffettiva e di successo, così scarnificato da essere oggetto di immedesimazione per tutti o quasi: iperconnettività, uffici, locali notturni, quell’abitare le case che è un soggiornarvi, ma non un vivervi, quell’utilizzo dei media che ci connettono e ci isolano, una foto abbastanza realistica della vita odierna. Dato il vuoto in cui si muove il protagonista ovviamente è necessario che vi sia un cotrappeso, ecco una dipendenza che ottunde, lega, realizza e distoglie che è la dipendenza sessuale. Mcqueen segue il suo protagonista in questo vagolare fra alti e bassi di una vita che sentiamo affamata, con impulsi che vanno soddisfatti a ritmi sempre più elevati e continui.
Poi la rottura che è il confrontarsi con il disagio della sorella che è un disagio completamente diverso, quanto Brandon è uniformato al paesaggio, quasi integrato formalmente con i suoi abiti e i suoi modi, tanto è fuori dagli schemi la sorella iperemotiva, tracimante, coloratissima ed eccesiva. Il contatto con sentimenti, emozioni, il bisogno di calore (topica la scena di lui che si lamenta del fatto che la sorella beva direttamente dal contenitore del succo di frutta) lo fa cedere prima all’illusione di poter intessere una relazione, poi al precipitare in un annullamento fisico che ha la stessa valenza della rinuncia al cibo degli anoressici. Qui il corpo che è mostrato, usato, bistrattato, privato di ogni reazione che non sia quella puramente orgamisca, diviene strumento di controllo, ma anche mezzo per stordire la mente.
Solo con lo scontro con un altro corpo che si fa carne sembra che il ghiaccio di Brandon si sciolga in una emozione incontrollata (ci sono state altre lacrime, ma minime, nascoste, negate, fuggite). Eppure questo probabilmente non basta. La città che è lì riaccoglie Brandon nella stessa maniera, offrendogli gli stessi vuoti e gli stessi pieni, lo stesso ventre isolante.
Perchè i due fratelli sono così? Interessa davvero? Credo proprio di no, non trovo neppure disturbante il leggero accenno ad un passato difficile fatto dalla sorella, non c’è giustificazione in questo, tutti abbiamo un passato e solo quello di pochissimi può essere stato non difficile.
Mi è piaciuto ed è un film che non si dimentica, però ammetto avevo alte attese, non tutte sono state soddisfatte.
Citazione particolare all’inizio del film, nel momento in cui Brandon circola per casa come un topo dentro la sua gabbietta, sempre lo stesso percorso, sempre gli stessi gesti, lo specchio di tutti noi.

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