Recensione su Salò o le 120 giornate di Sodoma

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L’Inguardabile / 9 luglio 2015 in Salò o le 120 giornate di Sodoma

Omaggio Pasolini, alla 50+1 Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro.

Pesaro mi dà l’occasione di guardare il Classico inguardabile per antonomasia. Salò è raccapricciante come me lo raccontavano e come non volevo mica credere. Raccapricciante vuole esserlo e invita alla sua analisi, fornendo addirittura un’apposita bibliografia scientifica/letteraria sui titoli di testa, così che nessuno possa frainternderlo e scambiarlo per un film horror, né tantomeno pornografico. Analizzarlo vuol dire guardarlo, e riguardarlo, ponendo attenzione su cose che invece repellono lo sguardo. Difficilissimo.
La tesi sarebbe, per quello che ho capito, che la perversione è ciò a cui tende il potere fascista, il governo indiscriminato di un essere umano su un altro essere umano per la sola ragione della forza. E quando la sola ragione è la forza, il solo fine possibile è la soddisfazione carnale. Ogni alternativa civile pur concepita dalla mente umana rimane una pia illusione che la forza non contempla, di cui non ha bisogno per ottenere soddisfazione.
Salò poteva durare molto meno o poteva durare molto di più. È una lista d’esempi. Esempi di opzioni reali, possibili, pensabili e pensate, non eccezioni, non estremismi. È per questa concretezza che la sua tesi è dimostrata. Non poteva scandalizzare di meno, e non poteva scandalizzare di più: questo è esattamente ciò che si radica nei recessi più insondabili delle menti fasciste. Sciolto il partito, sventata Salò, il fascismo sopravvive. Una delle tante minacce da cui Pasolini amava mettere in guardia i suoi connazionali.

Sublimi le doppiatrici delle tre narratrici. Il contrasto sconvolgente fra la poesia della lingua italiana, la maestria nella sua dizione e declamazione, e le possibili perversioni del messaggio sembrano essere l’arma preferita del Pasolini regista.

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