Recensione su Prisoners

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La società del senso di colpa / 17 Agosto 2017 in Prisoners

Un “Padre Nostro”. Prisoners inizia così.
Per Villeneuve chiediamo costantemente giustificazioni per i nostri peccati, pur consci che le nostre azioni sono peccaminose, dimenticando poi di “perdonare” il prossimo per gli errori commessi(“rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”).
Abbiamo fede? Abbiamo fiducia nel prossimo? Abbiamo fiducia nella legge, divina e non? Fin dove può spingersi la Giustizia? Se esiste un limite chi lo sancisce (Dio, lo Stato, noi?) Il fine giustifica sempre i mezzi? E se fosse semplicemente tutto legato al caso?
Il canadese pone interrogativi a ripetizione.
Iniziamo la nostra vita imparando a giustificare i nostri errori sin da subito piuttosto che ad assumerci le nostre responsabilità ( il ragazzo giustifica l’uccisione del cervo alludendo alla loro elevata proliferazione). E’ corretto, specie per chi si professa fervente credente?
Keller, forse il miglior Hugh Jackman di sempre (insieme a quello di The Prestige), è prigioniero degli stereotipi americani. “Sii pronto a tutto”. Perché? Esiste un sistema per cui non devi essere tu “pronto a tutto”, ma lo Stato per te.
Viviamo nella “società del senso di colpa”. Ci sentiamo in dovere verso chiunque, eppure dimentichiamo che non sta a noi prendere sempre le decisioni, basterebbe semplicemente rispettare il prossimo, “avere fede nel prossimo”. E’ questo che manca a Keller, in una parola: la pazienza (“l’uomo vive nella sofferenza non in quanto uomo ma in quanto peccatore”).
Ho trovato Prisoners, stilisticamente e visivamente, uno dei migliori film del nuovo millennio, un susseguirsi di scene fotografate in modo sublime ( che Roger Deakins!) e girate in modo ancora migliore (l’inseguimento alla veglia condotto dal detective Locke o la fuga in auto verso l’ospedale sono davvero forse le migliori scene che ho visto negli ultimi anni). Avrebbe tutto questo per essere un “thriller” eccellente, ma manca in “mordente”. Ho trovato il personaggio del detective Locke (a mio avviso, un non brillantissimo Jake Gyllenhaal, strano rispetto agli ultimi tempi) un pochino stereotipato, sia negli interrogatori dei sospetti (il classico poliziotto buono/poliziotto cattivo) sia nel rapporto con i suoi superiori (l’ancor più classica dicotomia capo tiranno/sottoposto vittima). Alex Jones, il solito grande Paul Dano( qualche volta potrebbe meritare di più del solito antagonista), è un pochino poco approfondito (si potrebbe indagare di più sul suo passato) e, specie nella seconda parte (…troppo rapida da risultare confusionaria), relegato a “personaggio scomparso”.
Insomma Prisoners è uno dei migliori film degli ultimi anni, che racconta una società incoerente e mai inclusiva, fondata su valori, come il rispetto o la fede, ormai “epitaffi ” che difficilmente torneranno in vita.

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