Recensione su L'enfant - Una storia d'amore

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28 aprile 2011

Il film è tanto esile quanto forte. Esile nella trama e nel soggetto, più un’idea che altro, ma forte nella messa in scena e nello svolgimento.
Il bambino del titolo certo non è chiaro chi sia, o meglio, i Dardenne delineano l’acerbità della vita in maniera universale, dal bimbo appena nato, completamente indifeso, al ragazzino che si confronta con un mondo più grande e pericoloso, all’adulto, anagraficamente parlando, ma che non riesce a uscire se non faticosamente dall’infantilismo.
Tutto è gioco per Bruno, novello padre, l’amore, il sesso, la vita, la sussitenza, sfugge continuamente alle responsabilità, si riempie la vita di bugie fanciullesche (ma d’altronde il suo mondo famigliare di origine non è certo migliore). La sua ragazza reagisce in modo diverso alla maternità, almeno per il senso di responsabilità che sente immediatamente per il bambino.
Non c’è cattiveria, non c’è il male nella decisione di Bruno di vendere il figlio, che è un puro oggetto di scambio con adulti molto più sapienti e consapevoli delle azioni che intraprendono. E i rumori allo scambio, le porte che si aprono, le persone che vanno via sono certo più inquietanti, come lo sono quando il bambino verrà richiesto indietro dopo la denuncia della madre, un vuoto di rumori sul primo piano di Bruno che attende. E quindi non c’è pentimento perchè manca la misura delle proprie azioni, perchè siamo in un universo infantile in cui tutto, anche ciò che è sbagliato, si fa senza valutarne le conseguenze sugli altri. La storia di Bruno è una storia di una possibile assunzione di responsabilità e di uscita dal mondo egoista tipico dell’infanzia, che forse si realizza quando, contro ogni sua logica pregressa, si fa carico della “paternità” di un furto per scagionare il bambino che lo ha commesso con lui, una sorta di genitorialità surrogata nei confronti dell’amico.
Il tutto sullo sfondo di una vita fatta di piccoli furti, di piccole azioni criminali, di personaggi che vivono ai margini di una società per lo più assente, in cui le istituzioni più forti sono quelle repressive, ma in cui la presenza più pervasiva è quella criminale.

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