Recensione su Il cavallo di Torino

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anche se i e mezzo / 11 Ottobre 2012 in Il cavallo di Torino

In quest’anno cinematografico c’è un certo gusto per i temi apocalittici. L’unica differenza qui è che il discorso esula dalle radici borghesi (vedi Von trier che vi affonda il bisturi), ma se si guarda anche al senso di apocalisse messo su pellicola qualche anno fa con La strada l’approccio è completamente diverso. Il punto di partenza è più o meno lo stesso, la natura si ferma e diventa ostile, non si sa perché. Sono i tarli la prima avvisaglia, poi la rovina totale. Il mondo socializzato, quello che produce comunità, politica (in senso alto), cultura si intravede a malapena, porta cattive notizie che però non sono viste come tali fin quando la natura, madre, matrigna non si ritira platealmente. E’ un film di puro statico orrore che è ostico nei primi 40 minuti, una volta entrati nel circolo della ritualità del dormire/alzarsi/vestirsi/mangiare tutti i piccolissimi accadimenti che la minacciano sono vissuti come un agguato: sottolineo l’insistenza della macchina da presa sulla ruota del carro quando i due protagonisti tentano la fuga, si insinua la paura che si possa rompere e che il progetto fallisca (fallirà non si sa bene perché, ma per altri motivi).
Molto bella la fotografia, tutti i gesti ripetuti dai protagonisti non sono mai ripresi nella stessa maniera: il pranzo è prima concentrato sul padre, poi sulla figlia dalle spalle del genitore, poi la scena diventa plurale con loro due a tavola nella stessa inquadratura.
Mi è piaciuto, ma ho trovato oggettivamente difficoltoso l’inizio e fuori dalle righe il monologo del vicino di casa, tracimante, confuso, senza direzione perché le prende tutte. Il collegamento con l’incipit su Nietzsche è labile e si presta a molte interpretazioni: ok per il sempre uguale che è alla base della sicurezza della vita dell’uomo, se non fossimo sicuri che domani sarà più o meno come oggi non reggeremmo e la follia ci prenderebbe (non potremmo programmare, prevedere, agire, decidere); la causa scatenante della follia del nostro sembra derivata dalla violenza dell’uomo sull’animale e dalla pietas, mentre non ha senso nulla di quello che accade ai due protagonisti: non violano nessun patto con la natura, se non quello basico di esistere come animali superiori che comunque la natura la cambiano, giudicare il limite di dove sia l’eccesso/violenza è totalmente relativo e mai assoluto.

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