2011

Melancholia

/ 20117.1546 voti
Melancholia
Melancholia

Il rapporto tra due sorelle entra in crisi mentre un pianeta che si avvicina alla Terra minaccia un'imminente collisione.
Andrea ha scritto questa trama

Titolo Originale: Melancholia
Attori principali: Kirsten DunstCharlotte GainsbourgKiefer SutherlandCharlotte RamplingJohn HurtAlexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Brady Corbet, Udo Kier, Jesper Christensen, Cameron Spurr, Deborah Fronko, James Cagnard, Katrine A. Sahlstrøm
Regia: Lars von Trier
Sceneggiatura/Autore: Lars von Trier
Fotografia: Manuel Alberto Claro
Costumi: Manon Rasmussen
Produttore: Louise Vesth, Peter Garde, Peter Aalbæk Jensen, Meta Louise Foldager
Produzione: Danimarca, Francia, Germania, Svezia
Genere: Drammatico, Fantascienza
Durata: 136 minuti

7 Novembre 2014 in Melancholia

procedendo con ordine, il prologo è la parte che (a differenza di molti) ho trovato più insipida: strutturato come una sorta di specchietto divinatorio di quanto accadrà nel corso delle due ore e passa seguenti, in realtà è una pubblicità di eau de toilette pomposa e noiosa nella quale alla fine non viene nemmeno mostrata la boccetta all’ultimo grido, il che rende totalmente inutile il tutto. sotto questo aspetto, era meglio il prologo di “antichrist”, più funzionale alla storia e pure artisticamente parlando più notevole.
dopo quasi otto minuti di orchite, il film comincia. lars si carica la sua fida cinepresa sulla spalla (e noi tutti qui ad augurargli una spondilosi cervicale che lo obblighi, finalmente, a mettere la macchina su un cacchio di cavalletto in un prossimo futuro) e ci fa assistere alle nevrosi, depressioni pre coito e melancholie varie di una giovane sposa nel giorno speciale del suo banchetto nuziale, per niente convinta del passo che ha compiuto. gli scambi tra i personaggi non sono male: kristen dunst in parte, i suoi soffocamenti sono alquanto credibili. convincente anche la sorella con manico di scopa rettale annesso. inutile il personaggio della madre contraria a tutto il baraccone che, come dice il cognato john “che è venuta a fare?”. personalmente, ho trovato carina la scena della limousine incagliata nel vialetto, che fa molto vita vissuta (a chi non è capitato di non riuscire a smuovere la propria limousine, andiamo).
nella seconda parte del film, a matrimonio ormai sfasciato, ci si concentra più sulla sorella già sposata con prole, ugualmente infelice, e sul pianeta che dà il titolo al film: la minaccia di una distruzione totale dell’intero apparato terrestre è prossima, i personaggi reagiscono ognuno alla sua maniera ma, in mezzo a cotanto bailamme di confusione e certezze, solo la giovane ex sposa psicopatica saprà reagire con dignità perchè spogliatasi di ogni illusione riguardo alla vita terrena. the end.
a parte le sparizioni insensate di tre quarti di personaggi che, nella prima parte matrimoniale, sembravano avere gran rilievo nella vicenda, il film non è malvagio: in sintesi, lars ci offre due pellicole totalmente diverse per genere e finalità, con stacco pubblicitario incluso, al prezzo di una; gli artifici fotografici volti a rendere il passaggio del deprecabile pianeta sono affascinanti e (per quanto ne so io di astronomia) convincenti; la scenografia rende al meglio l’opulenza e il vuoto interiore dei protagonisti, circondati da un’indiscutibile ricchezza che non basta, come da tradizione, a garantire loro se non la felicità almeno una parvenza di sicurezza. un po’ scontato il messaggio finale: la depressione ha i suoi lati positivi e si dimostra una valida e solida ancora di salvezza in caso di catastrofe, il che spiega finalmente perchè bruce willis non aveva speranze contro l’asteroide di armageddon.

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Il prologo è meraviglioso / 19 Settembre 2014 in Melancholia

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Più o meno in ogni recensione su Melancholia, specialmente in quelle negative, prima o poi ci si imbatte su una qualche lode al prologo, ritenuta l’unica parte degna di nota del film. Per quanto mi riguarda il prologo serve principalmente a due cose: la prima è dimostrare che Lars in futuro sarà in grado di girare splendide pubblicità di profumi, la seconda invece è svelare la mania di taluni a guardare troppo i canoni estetici di una pellicola, snobbando i contenuti.
Ora, ogni tanto ci si imbatte in qualche autore le cui opere (tutte, anche le più brutte) appaiono particolarmente perfette, probabilmente a causa della somiglianza caratteriale tra creatore e fruitore dell’opera. Per me è il caso di Lars Von Trier. Provo un innato amore per ogni cosa partorita da questo individuo, e sto parlando di tutto, che siano film o stupide provocazioni infantili rilasciate in pubblico (leggasi Cannes). Detto questo posso anche parlare un po’ del film in maniera assolutamente non parziale.
Il film è meravigliosamente dicotomico. Abbiamo un prologo elegante che cozza notevolmente con il resto del film girato con la telecamera a spalla, abbiamo una seconda parte di film che sembra completamente sconnessa alla prima parte, ed infine abbiamo due sorelle dai caratteri pressoché opposti (ma solo in superficie). Da una parte Justine, apparentemente gioiosa ma che nasconde un animo malinconico, dall’altra invece Claire, personaggio molto preciso e freddo, ma che cova dentro sé una discreta ansia.
Questa relazione/contrapposizione tra sorelle mi ha ricordato molto “Il silenzio” di Bergman, anche lì infatti le sorelle rappresentavano due aspetti dell’umanità ben distinti (razionalità/istinto). Tuttavia Von Trier va leggermente oltre, circonda le protagoniste di altri personaggi allargando decisamente lo spettro. Ci troviamo quindi con il marito di Claire che rappresenta la mentalità scientifica, il datore di lavoro di Justine che rappresenta l’eccessivo legame con affari e denaro etc.
Troppe persone secondo me si sono concentrate sull’aspetto apocalittico del film a discapito di quello che mi pare il reale senso del film, ovvero voler mettere in luce le diverse reazioni umane di fronte a una catastrofe. La collisione planetaria è solo un pretesto, l’uomo viene messo di fronte alla morte imminente e alla conseguente perdita di significato della vita (un po’ il senso dell’assurdo di Camus). E così Lars ci mostra le varie reazioni. La scienza è la prima a soccombere davanti alla morte, riconoscendo il proprio limite, la calma apparente di Claire lascia spazio sempre più ad un’angoscia invalidante e alla fine l’unica in grado di reagire sarà proprio Justine, colei che pareva la personalità più debole. Justine infatti entra in crisi all’inizio del film, quando ancora la minaccia del pianeta Melancholia è lontana, entra in crisi non per l’eventuale collisione bensì perché corrosa dal mondo che la circonda. La vera differenza tra Justine e la sorella è la capacità della prima di riconoscere l’assurdità della vita in tempi non sospetti, ovvero quando ancora la minaccia di una morte inevitabile è nascosta. Una volta capito questo, niente la spaventa più (“Se pensi che abbia paura di un pianeta, allora sei proprio stupida”).
La depressione come processo di rafforzamento quindi. Un film poetico, desolante e forse troppo sopravvalutato.

P.S.
Il prologo è davvero fantastico, altro che pubblicità dei profumi.

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25 Luglio 2014 in Melancholia

Un film diseguale, che sembra composto di due film molto diversi: uno girato in chiave grottesca, con le nozze della protagonista che deragliano in una farsa sopra le righe; l’altro in chiave drammatica, che studia come quattro personaggi reagiscono all’incombente fine del mondo (che viene vista da un punto di vista completamente privato: non c’è che qualche minimo accenno al mondo esterno): con viltà, con incoscienza, con terrore, con distaccato coraggio.
Ho pensato all’inizio che ad unire il film fosse l’intenzione del regista di mostrare come l’umanità ritratta nella prima parte e divisa in pazzi e idioti fosse in fondo degna di morire; ma la seconda parte si è rivelata troppo diversa, troppo misurata. L’unico collegamento è la figura della protagonista – una eccellente Kirsten Dunst – la cui depressione evolve durante il film, prima rovinandole il matrimonio e poi dandole il distacco necessario ad affrontare la fine. Un po’ sprecata Charlotte Gainsbourg nella parte della sorella.

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Ti presento Lars / 12 Maggio 2014 in Melancholia

Lars Von Trier è un regista a me completamente sconosciuto. Questo Melancholia rappresenta il mio primo e sincero approccio al suo cinema. Un approccio assolutamente positivo.
Il prologo, un misto evocativo di desolazione e grazia, è senz’altro da lodare.
Quando inizia la storia vera e propria, ho fatto un po’ di fatica (lo confesso) a farmi piacere la tecnica della telecamera a spalla, ma nulla di particolarmente serio: dopo un po’ ci si abitua senza problemi.
Originale il tema della depressione affiancato a quello della fine del mondo, messo in scena e consumato dalle due tragiche figure di Justine e Claire.

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Fino alla fine del mondo / 27 Gennaio 2014 in Melancholia

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

A modesto parere di chi scrive, Lars von Trier è il regista più ambizioso, arrogante, sopravvalutato, presuntuoso e antipatico della Storia del Cinema. Per alcuni è un maestro che realizza una meraviglia dietro l’altra, per altri uno sbruffone che invece di sedere dietro la macchina da presa sarebbe meglio se cambiasse mestiere. Come spesso succede in questi casi, la verità, probabilmente, sta nel mezzo: Trier non è un genio, ma non è neppure un incapace. E’ un abile e astuto provocatore che, nel bene e nel male, riesce sempre a far parlare di sé e a far credere a molti di essere più bravo di quanto non sia in realtà.
Uno dei suoi difetti più grandi è quello di dire stupidaggini ogni volta che apre bocca, come quando, tra lo sconcerto dei presenti, durante la conferenza stampa di presentazione di “Melancholia” al Festival di Cannes 2011 rilasciò imbarazzanti e deliranti dichiarazioni antisemite che, giustamente, causarono la sua espulsione dalla manifestazione cannense. A noi, comunque, interessa il Trier regista, ossia quello che gira i film, belli o brutti che siano, non quello che spara caz**te a destra e a sinistra. “Melancholia” è un film diviso in due parti, la prima dedicata a Justine, la seconda a Claire, ovvero le protagoniste dell’opera in questione, che affronta temi impegnativi come la depressione e la fine del mondo. Justine è una ragazza che ha tutto quello che occorre per essere felice: è bella, ha un buon lavoro (da copywriter viene promossa dal suo capo ad art director) e si è appena sposata con un uomo, Michael, che l’ama alla follia.
Ella, però, è afflitta da un disagio psichico che si acuisce in maniera esponenziale proprio nel giorno del suo matrimonio, e il fastoso ricevimento nuziale è inevitabilmente rovinato. Suo marito vorrebbe fare l’amore con lei, ma Justine lo respinge preferendo concedersi a un suo giovane collega che la segue ovunque lei vada. La festa finisce mestamente, e tutti se ne vanno a casa infelici e scontenti, compreso Michael, che da quel momento sparisce dal film per non vedersi mai più (a proposito: ma che fine fa?). Justine sta così male da non riuscire neanche a prendere un taxi da sola, e sua sorella, Claire, che insieme al suo consorte, John, si era fatta in quattro per organizzare il banchetto di nozze, decide di ospitarla nella sua lussuosa casa di campagna per prendersi cura di lei.
Comincia così la seconda parte del film, quella in cui il racconto si focalizza maggiormente su Claire e sull’imminente fine del mondo. C’è, infatti, un misterioso corpo celeste, Melancholia, che si sta avvicinando pericolosamente alla Terra. Se i due pianeti dovessero entrare in collisione, non ci sarà scampo per nessuno. John afferma che non c’è alcun pericolo di impatto, perciò dice ai suoi familiari di stare tranquilli, ma in realtà il primo ad aver paura che Melancholia possa schiantarsi contro la Terra è proprio lui, che quando capisce che ormai non c’è più nulla che si possa fare per evitare la catastrofe si uccide lasciando che la moglie, il figlio, Leo, e Justine affrontino impotenti la sciagura che spazzerà via tutto. Come detto all’inizio, Trier è un regista ambizioso ma dato che non è un genio come Béla Tarr o Terrence Malick non possiede gli strumenti adatti per sobbarcarsi l’ardua impresa di trattare nello stesso film questioni gravose come la depressione e la fine del mondo.
E da una sceneggiatura scritta dallo stesso Trier, infatti, è nato un film squilibrato ma non privo di interesse. Dopo un prologo suggestivo e ipnotico, che in pochi minuti, sulle note del “Tristano e Isotta” di Richard Wagner, riassume quello che ci verrà narrato in seguito (i detrattori del regista de “Le onde del destino” potrebbero dire che non era necessario allungare il brodo fino a superare le due ore), assistiamo a una prima parte abbastanza noiosa caratterizzata da dialoghi scontati e da scene prolisse e superflue, che sarebbe stato meglio tagliare in sede di montaggio, come quella in cui i due sposi, dopo essere convolati a nozze, rimangono bloccati con la limousine su cui viaggiano a causa dell’incapacità dell’autista di condurre il mezzo di trasporto.
Il ritmo sonnolento rischia di far cadere lo spettatore tra le braccia di Morfeo, ma incredibilmente, quando ormai si è quasi rassegnati a dover sorbire un’opera soporifera, nella seconda parte le banalità spariscono e la pellicola diventa intrigante. Trier si concentra su pochi personaggi (John, Claire, Leo e Justine) e riesce a creare un’atmosfera cupa e opprimente che turba e inquieta lo spettatore.
Sul film aleggia l’ombra lunga di Andrej Tarkovskij: i richiami alle opere del maestro russo sono evidenti, a cominciare da “Sacrificio”, di cui “Melancholia”, pur essendo qualitativamente inferiore, condivide il tono apocalittico e la cadenza esistenziale e meditativa, e ci sono anche citazioni pittoriche, come quella de “I cacciatori nella neve” di Pieter Bruegel, che Tarkovskij aveva citato in “Solaris” e “Andrej Rublëv”, che fanno tanto cinema d’autore e che sicuramente manderanno in visibilio gli ammiratori del regista danese.
Nonostante l’evidente squilibrio tra la prima e la seconda parte, il film, bisogna ammetterlo, non lascia indifferenti. I pregi, seppur di poco, superano i difetti. Per quanto riguarda il cast, tra l’affascinante Kirsten Dunst (Justine) e la brava Charlotte Gainsbourg (Claire) convince di più la seconda, mentre Kiefer Sutherland (John) è il solito pesce lesso. Alcuni, esagerando, hanno affermato che “Melancholia” è qualcosa di unico e incredibile; ma è probabile che costoro non abbiano mai visto “Il cavallo di Torino” di Béla Tarr, che, vedere per credere, mette in scena l’Apocalisse con una radicalità visionaria che Lars von Trier nemmeno si sogna.

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