2012

Il cavallo di Torino

/ 20128.379 voti
Il cavallo di Torino
Il cavallo di Torino

L'antefatto è un episodio reale di cui fu testimone il filosofo tedesco Nietzsche nel 1889 e da cui cominciò a manifestarsi la sua follia, ossia la violenza di un cocchiere nei confronti del proprio cavallo. Assistiamo così ai 6 giorni successivi della vita dell'animale, del carrettiere e di sua figlia.
mandelbrot ha scritto questa trama

Titolo Originale: A torinói ló
Attori principali: János DerzsiErika BókMihály KormosRicsiLajos KovácsMihály Ráday
Regia: Béla Tarr
Sceneggiatura/Autore: László Krasznahorkai, Béla Tarr
Colonna sonora: Mihály Víg
Fotografia: Fred Kelemen
Produttore: Gábor Téni, Martin Hagemann, Juliette Lepoutre, Marie-Pierre Macia, Ruth Waldburger
Produzione: Ungheria, Francia, Germania, Usa
Genere: Drammatico
Durata: 155 minuti

Piccolo pensiero su questo film. / 8 Novembre 2017 in Il cavallo di Torino

Un film adoratissimo dai cinefili, un feticcio, guai a chi pensa male di questo film ed il suo autore, chi lo fa viene subito messo alla gogna, quindi mi sono cimentata.
Io penso che sia un film che nessuno vorrebbe vedere, bisogna essere costretti a farlo, per me i primi trenta minuti sono stati letteralmente rivoltanti, un rigetto, di quello più totale, ma pian pianino ha cominciato a coinvolgermi, sono state le immagini ad affascinarmi e il suono che accompagna queste ultime. Qui avviene il contrario rispetto ai films cosiddetti di intrattenimento o commerciali, tutto ciò che vediamo è ripugnante, ti scuote, la forza del film sta proprio in questo, il film è arido, austero, ma questa austerità alla fine innesca gioia, una gioia cinematografica per aver visto un’opera profonda, ma questa gioia è inversamente proporzionale alle condizioni di visione. La ricompensa è alla fine, la ricompensa è nella memoria del film e non durante la visione; il cinema dovrebbe essere questo: è ciò che “sentiamo” dopo, d’un tratto avremo un ricordo straordinario del film, la gioia non avviene durante la visione del film, ma dopo averlo visto, è retrospettivo, purtroppo questo tipo di film non è nelle usanze di oggi, la gente vuole gioire subito, Tarr come Bresson o Godard non è questo, la gioia avviene dopo, lasciandoti un ricordo indelebile.

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5 Maggio 2015 in Il cavallo di Torino

Il grande fisico italiano Enrico Fermi, nel proporre il paradosso che porta il suo nome, si chiedeva dove fossero tutti quegli alieni che dovrebbero popolare l’Universo, viste le teorie che davano per scontata la vita extraterrestre, considerata la grandezza pressoché infinita dell’Universo.
Una delle soluzioni più ironiche fu fornita dal suo collega Leo Szilard: sono già tra noi e si fanno chiamare ungheresi!
Uno di questi alieni è sicuramente Bela Tarr, o almeno così devono aver pensato coloro che si sono avvicinati al film senza conoscere lo stile del cineasta di Pecs.
Il cavallo di Torino, nel prendere spunto da un episodio realmente accaduto nel capoluogo piemontese e che vide coinvolto il filosofo tedesco Nietzsche, fornisce l’ennesima variazione sul tema di un argomento caro al regista: l’Apocalisse dell’Uomo (intesa in senso principalmente morale), un Giudizio Universale senza santi né demoni, in cui l’Uomo si trova a fare i conti con la solitudine dell’esistenza e con la propria ineluttabile fine.
La prima parte della pellicola non può non apparire un esercizio di stile protratto agli estremi, un virtuosismo estetico-intellettuale sicuramente non adatto ai più.
Soltanto dopo un’ora di ermetismo, di rappresentazione della banalità del quotidiano (una ripetitività disarmante ma efficace), si giunge al punto.

Eppure il film potrebbe benissimo anche essere visto, depurandolo da qualsiasi interpretazione trascendente, come un affresco dell’esistenza umana (e in particolare della povertà), di un realismo talmente esasperato da volersi confondere esso stesso con la realtà.
La stessa patata bollita tutti i giorni.
Lo sguardo perso fuori dalla finestra ad osservare il nulla.
I rituali della vestizione, della raccolta dell’acqua dal pozzo, della pulizia della stalla.
L’oscurità che nel finale scende misteriosamente sui protagonisti corrisponderebbe, a questo punto, alla presa di coscienza della pesantezza della propria esistenza, una conclusione a cui il cavallo era già giunto qualche tempo prima con la decisione di lasciarsi vincere dall’inedia.

Un film decisamente impegnativo, come tutti quelli di Tarr, ma che regala innegabilmente delle soddisfazioni estetico-visive per chi riesce a resistere alla sfida intellettuale lanciata dal regista.
La fotografia, nel solito bianco e nero molto contrastato, e l’ambiente domestico donano impressioni caravaggesche.
Un motivetto estraniante (ma particolarmente adatto alla situazione) si alterna al rumore del vento che spazza incessante la campagna di un luogo che è un non-luogo (tanto che i protagonisti non riescono ad allontanarsene quando prendono la decisione di abbandonare la casa).
Dialoghi pressoché inesistenti, se si eccettua il lungo, accaldato monologo del visitatore.
Una voce fuori campo poetica in un ungherese armonico e musicale.
Per il resto è il solito, visionario Tarr dei lunghissimi eppur così fluidi pianosequenza.
Resta la sensazione che Satantango sia decisamente superiore, nonostante la durata quasi triplice (oltre 7h contro le 2 e mezza di A Torinoi Lo) lo renda (apparentemente) ancor più ostico.
Ultima opera di Bela Tarr, che dopo di essa (premiata a Berlino con l’orso d’argento, gran premio della giuria) ha annunciato il ritiro dalla regia.

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Produci, consuma, crepa. / 20 Marzo 2014 in Il cavallo di Torino

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

E’ più angosciante l’ineluttabilità di una vita che sembra fatta solo di fatica e dolore o la certezza, altrettanto inevitabile, che essa, per quanto difficile da sostenere, sta per interrompersi, senza possibilità di appello, senza “addurre motivazioni plausibili” (cit.)?
La rinuncia finale al cibo crudo e la resa all’oscurità sembra suggerire che la propensione di Tarr sia per la prima condizione: meglio la foga rumorosa di un vento nemico e comunque insensato (ritmico, più che cacofonico) che il silenzio mortale dell’Apocalisse. E’ meglio sentirsi vivi nel dolore, quindi?

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16 Dicembre 2013 in Il cavallo di Torino

So che questa recensione provocherà l’ira dei finti intellettualoidi che hanno eletto questo film capolavoro assoluto del cinema.
Ma perché dovrei voler vedere per sessanta e passa minuti la deprimente esistenza di queste persone?
Un film è un film, non una fotografia, ed io in questa pellicola non ci ho trovato altro a parte inquadrature ben studiate ed una fotografia fantastica.
Tutto questo filosofeggiare su uomo e natura è per me assai noioso. Mi deprime, perché è un mattone sui testicoli che non ho, è davvero pesante, difficile da digerire.
Se gli argomenti trattati fossero stati affrontati in modo meno opprimente e deprimente, forse, sarebbe stato più tollerabile.
Ma è troppo, troppo pesante, non riesco ancora a capacitarmi di essere arrivata alla fine. D’altronde ho rimosso e seguito poco tutti gli accadimenti, passata la prima mezz’ora di film. Ho avuto un vero e proprio calo di attenzione, ci mancava poco che non mi addormentassi. Pazienza.
Mea culpa, eh. 😉 De gustibus non disputandum est.

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Un lento viaggio verso la fine / 23 Settembre 2013 in Il cavallo di Torino

Questo film del 2011, diretto da Béla Tarr, è un lento viaggio verso la fine…verso la morte.
Il film è diviso in 6 giorni nei quali assistiamo alla vita quotidiana di un vetturino e della sua giovane figlia.
Essi, lavorano dalla mattina fino alla sera per continuare a restare in vita e a poter magiare patate bollite ed a bere acqua del pozzo.
É angosciante pensare che fanno tutto questo solo per la vita e, soprattutto, che non possono godere dei piaceri di essa.
Eppure, la storia di questi due non è altro che un’allegoria della vita dell’essere umano in generale che compie solo un lento viaggio verso la morte…e, questo viaggio è la vita.
Come ha detto lo stesso Tarr, con questo film ha cercato di riprodurre la vita…perché l’uomo compie sempre le stesse azioni aspettandosi qualcosa di nuovo che non arriva mai…e questo è il modo in cui trascorre la vita.
In effetti, per tutto il film vediamo i due personaggi che lavorano e ripetono le azioni quotidiane…è angosciante ma è anche ironico…perché tutto ciò noi lo vediamo in 149 minuti…ma questi equivalgono alla durata della vita intera..senza che nemmeno noi ce ne accorgiamo.
C’è poco dialogo tra il padre e la figlia (poverella….lavora tantissimo) e parlano solo nei momenti in cui succede qualcosa di inaspettato…perché, che si voglia o no, nella vita succede sempre.
Gli zingari, il conoscente che passa per la casa e preannuncia l’apocalisse in un discorso molto inquietante.
E, man mano, ci avviciniamo sul serio alla fine del mondo.
In Satantango la speranza è rappresentata dai rivoluzionari Irimias e Petrina mentre qui essa non esiste.
O meglio, non esiste per quei due ma Bela Tarr ci fa capire che in generale per l’essere umano c’è..proprio così: gli zingari non sono altro che il desiderio di libertà, infatti loro stanno per emigrare in America…alla ricerca della loro felicità.
Ad ogni giorno che passa, la speranza diminuisce e il cavallo di famiglia non mangia più, il pozzo si secca…fino ad arrivare al sole che si spegne e ai due “protagonisti” che si decidono a non magiare più e a morire…solo il vetturino ha ancora una timida speranza quasi stupida…e, poco prima che l’ultimo fotogramma del film si sfochi, afferma :- dobbiamo mangiare.
É assurdo come l’uomo voglia sempre ad ogni costo ripetere le stesse situazioni aspettando che qualcosa cambi…è come se tutti fossimo affetti da disturbi di tipo ossessivo-compulsivi. E, Bela Tarr, mette in risalto in modo spietato ed angosciante la pesantezza dell’umanità e della vita. Forse, in modo addirittura più chiaro e coerente di ciò che voleva fare in “Satantango”.
Certo l’opera era molto più lunga, perché è vero le le sequenze sono lunghissime ma è pur vero che sono tante e quindi è pure difficile mantenere una certa costanza e calibratura all’intera opera…è chiaro che è comunque un film che va visto (e rivisto) e quando stai più di 7 ore a vederlo un po’ ti affezioni pure…si crea quasi un legame d’affetto con la pellicola, sebbene non sia un sentimentale.
Bela Tarr ha dichiarato che questo è il suo ultimo film…spero che non sia perché non ha l’opportunità e i consensi per continuare a fare film di questo tipo perché essi sono quasi perfetti e densi di una grande espressività espressa soprattutto attraverso i piano sequenza che sono tipici del regista ungherese.

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