Recensione su I dimenticati

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M / 11 Aprile 2019 in I dimenticati

Una commedia sul cinema di straordinaria modernità: il film inizia in medias res, con due persone che lottano sul tetto di un treno, fino a cadere e presumibilmente a morire entrambi. Poi la scritta “The End”, a circa un minuto dall’inizio del film. Piccolo colpo di genio, ovviamente si trattava della proiezione di un film dentro al film, ma inganna alla grande lo spettatore.
Il protagonista è il regista di quel film, esortato dai produttori a non fare un film politico sulla povertà, che è esattamente I dimenticati: ancora una volta, un film dentro il film. Messo di fronte da quegli stessi produttori a un fatto incontestabile, cioè che Sullivan (appunto, il regista protagonista) viene da una famiglia agiata e non ha mai conosciuto la miseria e la povertà di cui vuole parlare nel suo film, questi decide di mettersi i peggiori vestiti del suo guardaroba e di andare a vivere come un barbone con soli 10 centesimi in tasca (“Non so per quanto, una settimana, un mese, forse un anno”).

E qui sta il vero tocco di classe di Sturges, la sua consapevolezza che il cinema, anche quando si impegna politicamente, anche quando mostra la realtà della miseria, è comunque finzione: è finzione il protagonista, sedicente clochard in realtà ricchissimo, è finzione la sua avventura, in realtà seguita a breve distanza da un bizzarro gruppetto assoldato dagli studios affinché non succeda nulla al loro regista punta di diamante, è finzione il suo farsi accompagnare, a un certo punto, da un’altra sedicente barbona (personaggio poi fondamentale) che lo fa solo per provarne l’ebrezza, è finzione la chiamata dei due maggiordomi alla compagnia ferroviaria per sapere in che punto conviene che salgano i vagabondi (così il padrone saprà esattamente come muoversi), è finzione la sua morte, è finzione la sua risata di fronte al film di Topolino e Pluto, è finzione il suo omicidio (di se stesso, peraltro, Sullivan uccide Sullivan) e, di finzione in finzione, il film inanella una sequela di scene impossibili, appunto per esplicitare quanto tutto sia di cartapesta (l’esempio lampante è la macchina di cartone guidata dal ragazzino tredicenne, con tanto di quadranti disegnati col gesso, che pure va più veloce di una macchina vera).

Ma spicca anche la serata al cinema: dopo aver trovato lavoro come taglialegna presso due sorelle (una vedova, l’altra nubile) piccoloborghesi, Sullivan viene accompagnato dalle due a guardare un film. Qui si rende conto di come la gente comune fruisce dell’arte cinematografica, tra neonati che piangono, rumori masticanti vari, singulti di un ubriaco e così via. Due riflessioni dunque:
1) come si può fare un film impegnato, se la grandissima parte del pubblico guarda i film in maniera distratta, come puro intrattenimento che vale quanto una partita di baseball o una serata al bar (cioè una scusa per passare due ore in compagnia senza pensare troppo)?
2) come si può fare un film sulla povertà se la povertà vera è tra chi guarda lo schermo, non tra chi è sullo schermo? Per quanto potente possa essere il film, mostrare una povertà esibita e costruita a chi la povertà la vive sulla pelle non sarà mai davvero d’effetto. “Ai poveri non interessano i film sui poveri. Quelli interessano solo agli intellettuali” dice a Sullivan il suo maggiordomo poco prima di intraprendere la sua avventura da vagabondo. Ecco, in effetti è tutto qui.

Non è dunque un caso che le scene più drammatiche, quelle che davvero mostrano la miseria più nera e senza ironia, facciano a meno del sonoro diegetico: c’è solo la musica, la colonna sonora extradiegetica. Ancora e ancora, non c’è possibilità di racconto del reale senza che il cinema si ponga in mezzo: strumento sì, ma anche ostacolo.

E di nuovo, non è un caso che infine Sullivan abbandoni il suo progetto di film sulla miseria, per fare una commedia, perché, come lui stesso dice:
1) ha capito quant’è importante far ridere la gente (dunque, come si diceva, quanto alla miseria vera non interessi la miseria raccontata, ma lo svago, l’estraneazione dalla miseria);
2) perché, nonostante le disavventure (alcune davvero pesanti) attraverso cui è passato, ancora sostiene di non aver sofferto abbastanza. La sofferenza, la vera sofferenza, come punto irraggiungibile da un regista (ovvero, dalla macchina cinematografica).

È una commedia ma è anche un canto disperato, o meglio rassegnato, o meglio ancora dolente, di fronte all’incapacità del cinema (dell’arte tutta?) di penetrare davvero la realtà: vuole essere un film sulla miseria, è in realtà un film sul cinema che racconta la miseria e che in questo fallisce. Imperdibile.

1 commento

  1. Stefania / 11 Aprile 2019

    Uh, da quanto tempo vorrei vedere questo film! Spero di farlo presto, così potrò leggere la tua recensione con cognizione di causa ^_^

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