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Recensione su Ricky - Una storia d'amore e libertà

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21 giugno 2011

L’inizio, con una macchina fissa sul volto di una donna slabbrata e piangente che si confronta con un assistente sociale, parla di abbandono, di figli da tirare su, di soldi che mancano. E non per nulla questa è una storia di abbandoni continui e della capacità di riprendersi da essi.
Abbiamo una bambina che cresce troppo in fretta, una piccola adulta che si prende cura di una mamma incapace di elaborare la solitudine, ambedue rifiutate da un uomo che non vediamo mai, ambedue affamate di affetto.

Poi l’arrivo di un uomo che invade la casa e a cui la donna rivolge maggiori attenzioni, la tensione sale fino all’arrivo di un nuovo bambino, un nuovo equilibrio pericoloso, l’abbandono si ripete (anche se la motivazioni saranno diverse).
Il film si serve di due registri: uno il realismo (alcuni hanno parlato di “falso dardenne”) che racconta la storia degli emarginati/in difficoltà, l’altro la fiaba magica.
Stupendo tutti Ozon si tuffa dentro ad una magia, una piccola trovata dell’assurdo che incanta i protagonisti, che non ha spiegazioni per quanto per tutto il film la concretezza di ali, penne, piume e problemi nel volare siano sempre presenti.

Il film riesce ad essere delicato e piacevole, non prende la strada del lieto fine convenzionale, ma della piccola follia fantastica, mai abbandonando la sua ambientazione bassa (una periferia inquadrata di continuo che, se vogliamo, ha la verticalità delle guglie e delle torri dei castelli delle fiabe), senza prendere la strada del tema della diversità: non c’è diversità in ricky, non c’è nessuna reazione particolare alla sua presenza se non un estatico stupore.
Ed è il suo breve passaggio che salda la nuova famiglia l(‘ultimo “abbandono” avrà un volto felice), come toccata da un dono.

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