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Recensione su Qualcuno volò sul nido del cuculo

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9 dicembre 2011

Veramente bello! Non si può fare a meno di ridacchiare per i dialoghi -verbali e non- di tutti questi “matti volontari” (ma dove li hanno trovati?), per cui la visione risulta piacevole e leggera, tenuto conto del tema toccato, che tanto leggero non è. Vogliamo parlare dei manicomi? Vorremmo, ma non potremmo, dato che ormai sono una realtà così lontana -per fortuna dicesi- da impedirne la minima conoscenza da parte della sottoscritta. Potremmo però parlare, in modo più vago, dei metodi di “cura”. Quest’estate ho letto L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks: la prima domanda che mi sono fatta è stata “ma cos’è un matto?”. Bel problema! In fondo, i matti non esistono; è solo un’etichetta affibbiata a chi presenta problemi di tipo neurologico, psichiatrico, psicologico o chessoìo, con l’unico criterio dell’anormalità (ma in fondo, “da vicino nessuno è normale”, no?). Nel nostro modo di vedere le cose, a tanti disturbi, dovrebbero corrispondere altrettanti metodi di cura. Tra le cose che mi hanno colpito nel film, sono il momento della medicina, sempre la stessa per tutti, e il momento della terapia. In particolare, mi è piaciuto soffermarmi su quest’ultima e sul tentativo da parte dell’infermiera di far parlare chi parlare non voleva. La domanda è: perché? Perché far soffrire un “matto”? Siamo sicuri di curarlo, in quel modo? E da cosa? In fondo, perché noi “normali” (no, mi scusi, normale sarà lei!), che sappiamo tutto, pretendiamo di avere la Verità e la Giustizia dalla nostra? Chi ci dà il diritto di strappare un essere umano alla sua serenità, fingendo di avvicinarlo ad un mondo che non gli appartiene e forse mai gli apparterrà?
Senza parole, naturalmente, il finale, che sembra tanto illogico a mente fredda, quanto consequenziale a mente calda.
Ok, ho un po’ divagato, ma è colpa del film, non mia!

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