Recensione su Noah

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8 maggio 2014

Non mi risulta semplice esprimere un mio parere su questo film. Mi direte: e chi ti chiede di farlo? nessuno, in effetti, ma credo che mettere nero su bianco le mie impressioni aiuterà in primis me a fare chiarezza su ciò che mi ha o non mi ha lasciato.
Partiamo da un presupposto fondamentale, onde sgomberare il campo da tutta una serie di commenti che questo tipo di film si trascina dietro: Arofnosky ha aggiunto qualcosa di suo al racconto biblico, questo è di dominio pubblico, ma al contempo è stato estremamente fedele in alcune parti. Che questo sia o meno giusto, sinceramente, non me lo sono neanche chiesto. Credo che l’autore di un film, anche se tratto da un libro o da qualsiasi altra opera già esistente, debba dar vita a qualcosa di nuovo e diverso rispetto alla sua fonte, altrimenti rischierebbe di generare un mero “porting” da un media all’altro, che non equivale a fare cinema, a mio parere. Ciò posto non vuol dire che si debba, per forza, aggiungere o togliere cose tanto per poter dire di aver apportato delle modifiche. Tutto deve essere funzionale al messaggio del film, all’obiettivo del film, oltre che alla storia, ma qui ovviamente la storia è quella.
Detto questo, vi racconterò cosa è stata per me la visione di un film che, al primo annuncio, mi ha turbata, poi incuriosita mano mano che lo sviluppo proseguiva, poi stuzzicata tanto da andare a vederlo al cinema.
Il film mi ha lasciato tutta una serie di immagini dentro, di dialoghi, di espressioni. L’ho trovato molto diretto e duro, come è del resto diretta e dura la storia raccontata.
Il diluvio universale. Se ne parla da sempre e da mai, fondamentalmente più che sapere che Noè costruì un’arca e pochi altri dettagli non sapevo, era una conoscenza molto superficiale e qualunquista quella con cui mi sono approcciata alla visione del film. E credo, ma qui siamo nel campo delle opinioni personalissime, che sia stato meglio così.
Credo che l’autore e il regista abbiano voluto raccontare una storia universale, che parla ad e di ognuno di noi, in quanto uomini, in quanto abitanti molto poco rispettosi di questo mondo meraviglioso.
Nel film, infatti, non si parla mai di “Dio” ma sempre del “Creatore”, così da poter rivolgersi a tutti, o almeno alla maggioranza.
La storia di Noè è una storia maestosa e al contempo silenziosa.
Noè è un uomo retto, che ama la sua famiglia e che abita questo mondo con rispetto e cura.
Viene scelto per una missione altissima, salvare gli innocenti (gli animali) dall’imminente diluvio che devasterà il mondo corrotto e oramai allo stremo, per dare vita ad un nuovo mondo, per ricominciare.
Le sequenze delle visioni di Noè sono tutte realizzate davvero bene. Arrivano all’improvviso e altrettanto all’improvviso risvegliano qualcosa dentro lo spettatore. Come un’inquietudine strisciante, un senso di attesa.
Ho apprezzato la scelta di preferire queste “visioni”, evidentemente generate dal Creatore, ad eventuali dialoghi tra Noè e Dio, che sarebbero stati davvero difficili da rendere senza scadere.
La narrazione ruota intorno ad alcuni temi fondamentali: la dedizione, la famiglia intesa come legame inscindibile, il sacrificio, il rispetto per la natura e la fede, che non è fede intesa come devozione religiosa, o almeno, non solo quello, ma soprattutto fiducia in qualcosa di invisibile ma presente.
Tante le difficoltà, di quelle che avrebbero spezzato anche un uomo molto più robusto di Noè, ma ci sono forze che smuoverebbero davvero le montagne, e la fede di Noè è una di quelle.
Un personaggio complesso, molto doloroso e a tratti davvero difficile da “digerire”, quello interpretato, con una potenza incredibile, da R. Crowe. Un uomo moderno e antico allo stesso tempo, capace di dimenticare se stesso per compiere la sua missione e poi di ritrovarsi nel momento più drammatico, più difficile.
Ottimo tutto il cast nel suo complesso, in particolare, oltre a Crowe, una menzione devo dedicarla alla Connelly, ottima interprete di una donna devota e risoluta, fragile e forte come ogni donna sa essere, pronta al sacrificio, a lottare per difendere chi ama, ma anche a fermarsi e ad avere fede di fronte ai segni di qualcosa di più grande.
Le figure femminili del film, fondamentali nell’economia della narrazione, sono state così delineate dagli autori, non essendovi traccia, nel racconto biblico, di tali “caratterizzazioni”. Aronofsky torna dunque a dare spazio alla figura della donna. Una donna che, nei suoi film, è quanto mai eclettica e controversa, decisamente lontana dagli archetipi di bellezza salvifica e purificatrice, ma sempre potente, forte, pur con le sue grandi e contraddittorie fragilità.
Lo script mi è piaciuto. Alcuni dialoghi sono davvero ficcanti, arrivano al punto talmente in profondità da lasciare quasi storditi dopo. Ci sono dei passaggi che mi rimbombano nelle orecchie da ieri sera ed è difficile rimanere indifferenti di fronte a questo.
Non ho invece gradito alcune aggiunte, o trovate artistico/narrative, che dir si voglia, che secondo me sono state funzionali soprattutto alla spettacolarizzazione del tutto piuttosto che ad arricchire o a rendere più efficace il messaggio. Peccato, questi dettagli (non li specificherò per evitare spoiler, ma per chi l’ha visto saranno evidenti), su di me hanno avuto un effetto straniante non indifferente, è stato difficile tornare nello stato d’animo giusto per godermi la visione.
Per il resto il film è buono. Come ho detto è ben scritto e ben interpretato, visivamente è fantastico e l’arca è davvero imponente, cosa che non mi stupisce considerando che Arofnosky l’ha fatta ricostruire con le misure bibliche piuttosto che farla realizzare al computer. Una scelta ardita e precisa, secondo me volta a dare anche agli attori il senso dell’imponenza e della grandezza della missione di Noè e della sua famiglia.
Il messaggio del film, che avrò l’ardire di racchiudere in poche parole, è una chiamata al rispetto per ciò che ci circonda e ci è stato donato, al riappropiarci delle nostre radici. Una chiamata all’amore e al sacrificio, all’abbandono della tracotanza che ci ha fatto credere di poter dominare l’universo quando invece siamo tutti parte di un tutt’uno inscindibile, in cui ogni creatura ha un suo ruolo, noi inclusi.
Forse si è calcato un po’ troppo la mano sulla propaganda vegana, forzando il messaggio biblico che, se non erro, invita a non consumare carne cruda, non a non mangiarne.
Peccato, torno a ripeterlo, per quei frangenti di puro spettacolo fine a se stesso (non necessariamente scene di azione, anche dettagli), altrimenti questa recensione avrebbe un tono meno “tiepido”.
Da vedere con il desiderio di farsi smuovere e anche sballottare un po’ qua e là, perchè il diluvio sarà anche un’allegoria, ma certi pensieri e riflessioni che suscita questa storia un po’ di pioggia dentro me l’hanno fatta cadere.

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