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Recensione su Into the Wild - Nelle terre selvagge

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libertà o prigionia? / 15 aprile 2011 in Into the Wild - Nelle terre selvagge

Sono uno dei pochi che va controcorrente e boccia questo film. E lo faccio ancor di più dopo aver visto, e soprattutto letto il libro da cui è tratto “127 ore”. Sono due storie che a prima vista possono sembrare simili, tanto più che Aron Ralston, protagonista di 127 ore, segnala il libro di Krakauer come uno dei suoi favoriti. Ma, per come l’ho interpretato io, sono due storie diverse. Christopher McCandless è un ragazzo annoiato dalla società e stanco di ogni legame che decide di partire per un viaggio che lo porterà nello Yukon selvaggio, in contatto diretto con la natura. Durante il suo viaggio, del quale non ha avvisato parenti ed amici, lasciati semplicemente da parte, conoscerà persone nuove e approfondirà legami importanti. Ma la sua utopia lo porta a rinunciare a tutti, in nome di un sogno infantile che si rivelerà tragico.
Aron Ralston è attratto dalla montagna e dal contatto con la natura, ma la sua avventura (con tutti i suoi risvolti) non è cercata. E’ un fatto che capita e che lo mette di fronte a delle scelte che lo faranno maturare.
Il suo equlibrio con il mondo ed i suoi abitanti non era diverso prima dell’avventura nel canyon. Tanto che li ricorda tutti continuamente.
McCandless, invece, astrae ogni legame dalla sua vita e lo sacrifica senza capire che il bello della sua avventura era il viaggio costante e l’incontro con persone nuove.
E’ questo che non mi è piaciuto del personaggio. il film è sicuramente ben fatto, girato con esperienza e la colonna sonora è stupenda, ma non ho avuto nessun tipo di coinvolgimento e men che mai ammirazione per McCandless. L’ho trovato, anzi, infantile nella sua ribellione. Con le conseguenze più ovvie.

3 commenti

  1. Francesco / 27 dicembre 2011

    Aron Ralston ha scelto di partire senza telefoni e segnalatori, una scelta tanto avventata, immatura e arrogante quanto quella di McCandless. Inoltre McCandless era molto più giovane (quindi meno colpevole di tanta arroganza) quando ha fatto le sue scelte, mentre Ralston era già un adulto.
    [ovviamente mi riferisco ai personaggi dei film… non ho letto le storie vere da cui sono tratti].
    E comunque le critiche che leggo qui (questa e altre) sono a McCandless, non il film 😛 E le condivido anche, infatti trovo che la discussione sulle scelte di un personaggio (che vanno a finire male in Into the Wild e un po’ meglio in 127 ore) sono indice di una profondità e complessità di questa storia ammirevoli. Non scordiamoci che il narratore del film è la sorella di Chris, che non è che condividesse le sue scelte o voglia far passare suo fratello per un eroe. Quando uno sceneggiatore&regista riesce a mostrare in modo così neutrale un personaggio, lasciandoci la libertà e gli strumenti per giudicarlo, e nonostante Sean Penn abbia dichiarato di ammirare McCandless, io mi tolgo il cappello di fronte a tanta maestria e tanta onestà intellettuale.

    Inoltre, per godersi un film non serve farsi coinvolgere dal personaggio. Tu puoi non condividere la sua scelta, e io con te, ma vuoi negare che le esperienze che vive siano intense e, sotto sotto, valessero persino la pena? Illuminatissima, in questo senso, la decisione di scandire l’esperienza di Chris in fasi che metaforicamente richiamano le fasi della vita. Il destino di Chris è morte certa e prossima, ma quella che ha vissuto dopo la sua Scelta puoi negare che sia Vita?

  2. henricho / 28 dicembre 2011

    Capisco quello che vuoi dire, ma nutro comunque qualche dubbio sulla neutralità di Jon Krakauer (autore della storia) e su come sia stata riportata da Sean Penn (che considero un ottimo attore e regista). Sicuramente il film è ben fatto e la storia di Chris travolgente, ma è proprio questo il fatto…la sua Vita veramente vissuta è stata sacrificata sull’altare di un idealismo da bambinetto. Questo non lo trovo particolarmente affascinanate e neppure troppo coinvolgente. Non ha capito qual era la libertà che cercava e l’ha buttata via per finire in un bosco. Questo è un film incentrato su un pesonaggio particolare, non è un intreccio da sciogliere, ecco perchè per godermelo io devo esser in sintonia col personaggio. Sarò fatto alla mia maniera ma se non ci trovo nulla non ho motivo per apprezzarlo. Tanti bei paesaggi senza un pò di sostanza, a mio avviso, non giustificano un grande film.

  3. scimmiadigiada / 6 giugno 2014

    mi mancano 10 minuti alla fine e (salvo cambi idea, ma ne dubito) sono completamente d’accordo con te, @henricho. è un film indubbiamente ben fatto, giusta colonna sonora, bellissima fotografia, attori in parte, storia coinvolgente… in realtà però non mi piace granchè. il personaggio, nella sua ansia di ribellione e libertà, riesce solo ad essere antipatico. concordo quando dici che sacrifica tutto sull’altare di un idealismo infantile fino alle estreme conseguenze e penso tu abbia ragione quando dici che in un film strutturato in questo modo, accentrato sul protagonista, se non ci si vede un po’ di se stessi e non si condivide a pieno le scelte e le azioni non lo si apprezza completamente. finchè il viaggio è stato occasione d’incontro e confronto con il prossimo mi piaceva pure, la capoccia di alex supertramp dura come il ghiccio della stramaledetta alaska un po’ meno.

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