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Recensione su Lei

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30 marzo 2014

In una società, come quella attuale, dove sensazioni ed emozioni possono essere definite e catalogate come semplici documenti, Her sembra quasi passare inosservato, per quanto archetipo di un sistema che sovrasta lo stesso concetto di interazione umana. Pur rappresentando un paradosso esistenziale, la pellicola di Jonze, sembra solo la naturale evoluzione di un progresso che tende a riprodurre fedelmente ogni stato emotivo, per poi classificarlo e lanciarlo in grande scala, affinché risponda ad un desiderio, o ad una necessità. Il contrasto fra evoluzione sociale e solitudine è così netto, che ogni gesto, ogni parola, è il ritratto significativo di un’emozione che non ha nome, ma che cerca nella sua clandestina condizione, di trovarne uno. Ma Her affascina proprio per questo, perché se da un lato la componente umana perde il suo contatto con la natura, e con gli esseri che la popolano, dall’altro il suo alter ego virtuale dimostra invece una naturale applicazione all’ascolto, e una grande capacità di adattarsi a tutti quei grandi cambiamenti che il mondo compie. Il sistemo operativo non è che un’aspirazione umana alla perfezione, all’elevazione sociale, e che per questo veicola in mezzi ritenuti più idonei. La voce femminile, il caldo conforto di una parola, la necessità di essere amati, non sono semplici surrogati di emozioni perse , ma speranze latenti di ritrovarle, e che guidano quell’alta sfera di emozioni che non sempre si riesce a controllare, e che rende umana anche una fredda componente robotica.

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