Recensione su Exodus - Dei e re

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26 Febbraio 2015

Spesso la rivisitazione o rielaborazione del testo di riferimento è considerato un qualcosa di geniale da parte del regista, che nonostante le inevitabili critiche decide in tutti i modi di portare in scena la sua visione delle cose, il suo punto di vista. Tuttavia in questo caso l’ho trovato un semplice atto di piena arroganza. Mi chiedo cosa ci sia nella vera storia dell’Esodo da non meritare una chiara e precisa messa in scena dei fatti realmente accaduti.
Mentre le reali fondamenta di questo film vengono lasciate marcire, Scott si concentra su dettagli e sfaccettature inutili, di dubbio gusto e interpretazione.
Mosè è un generale dell’esercito di faraone, non conosce le sue vere origini e non crede nell’aiuto divino. La sua evoluzione nel corso della storia è inspiegabile quanto improbabile. Da abile e razionale stratega si trasforma in un folle ribelle, che nonostante le chiare apparizioni e segni divini continua a dubitare della sua potenza.
Indubbiamente Mosè, per la sua lunga permanenza alla corte egiziana, fu istruito diventando un uomo potente presso la corte del faraone con notevoli doti fisiche e mentali; infatti la scelta di dipingerlo nel modo sopra citato ha la sua logica; tuttavia è la caratterizzazione successiva che lascia a desiderare. Peccato per l’ottimo Christian Bale, che nonostante il personaggio, fa sempre la sua buona figura. Per non parlare di altri attori del cast che non vengono minimamente sfruttati. Sono delle semplici comparse.
Nel tentativo di placare una rivolta degli schiavi ebrei, Mosè conosce Nun, anziano del popolo prigioniero e padre di Giosuè. Sarà egli ha rivelargli la sua vera identità: è un ebreo.
Viene convocato ad una riunione segreta da Nun e non appena esce prende ed uccide due egiziani di guardia senza un reale motivo. La cosa viene fatta sapere al faraone che scopre la verità sul suo conto e lo manda in esilio. Dopo un lungo viaggio nel deserto Mosè raggiunge una località di pastori, conosce una bella donzella, la sposa, ha un figlio e tutto sembra andare per il verso giusto fino a quando…viene girata la scena più ridicola che abbia mai visto.
Il roveto ardente con il quale Dio gli parla per la prima volta, è una piccola, insignificante piantina in fiamme con un bambino al fianco, che parla come un moccioso viziato mentre Mosè è immerso completamente nel fango con un evidente commozione celebrale visto quello che vede; e no bimbo, no mi raccomando non dargli una mano. Dio quindi sarebbe il bambino? No, è un semplice messaggero. Questa dovrebbe essere una delle scene principali: Dio deve dare a Mosè l’incarico di salvare il suo popolo. In realtà lo guarda affogare nel fango; Mosè giunge da solo alla conclusione di tornare dal suo popolo e il bambino – dio non l’ho aiuta ad arrivarci neanche con le domande giuste.
Passano 9 anni e Mosè torna in Egitto. Aaronne, il fratello, colui che dovrebbe parlare per Mosè dinnanzi al faraone, è un insulso personaggio di contorno. Viene invece dato spazio al solito fratello- cugino- parente Ramses, che non viene dipinto come un sovrano malvagio e avido di potere, nonostante voglia a tutti i costi che i preziosi schiavi ebrei portino a compimento il suo regale palazzo e la sua tomba dove passerà il resto dell’eternità dopo la sua morte.
Succedono poi molte altre robe che ora non ricordo, fino a quando il bimbetto decide che è arrivato il momento di scatenare le dieci piaghe sull’Egitto.
Le piaghe sono intese, almeno in parte, come una catastrofe naturale, scatenata dalla pazzia d’alcuni coccodrilli che inspiegabilmente hanno ucciso e si sono uccisi tra loro. Questa azione di conseguenza ha trasformato il Nilo in sangue, e ha portato le rane, le locuste, i foruncoli ecc…
Supponiamo di accantonare tranquillamente tutte queste cose. Seduto sulla poltrona del cinema, stanco, affaticato e oppresso, ho posto quel minimo di fiducia rimasta nella divisione del Mar Rosso. Eppure Scott è riuscito a rovinare anche quello: il mare non si divide. Semplicemente alza i tacchi e va via. Perché? Questione di maree.
In conclusione: non era meglio Il Principe d’Egitto?

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