Recensione su Elephant

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Senza titolo / 16 Maggio 2013 in Elephant

Che film. Spaesante. Mia madre appena finito di vedere esclama assonnata: “che brutto film, pesante come un elefante”. Dargli torto? Non proprio, non è così semplice. Il fulcro sta nei caratteri psicologici e psicosomatici del cinema stesso: possiamo dire che questo è cinema? Certo, se usiamo le categorie in modo (giusto) subordinato ad un mero incasellamento a posteriori. Altrimenti questo non può essere chiamato cinema, semmai videoarte. Se volessimo addentrarci meglio dentro diremmo che questo è cinema della riflessione, una visione che non si esaurisce negli 81 minuti, ma si prolunga grazie alla totale fusione dei tempi filmici con i tempi reali dello spettatore. Lunghissimi piani sequenza e lenti movimenti di camera alimentano un dubbio nello spettatore onniscente: la pellicola mi ha catturato nel suo campo gravitazionale o ne sono totalmente fuori? E’ una domanda che mi sono fatto spesso in questa ora e venti di visione, capendo solo alla fine il particolare meccanismo con cui si instaura la relazione. Le riflessione sono tante e raramente un titolo riesce a racchiuderle così bene come in questo caso. Gus Van Sant possiede quella semplicità disarmante di cui l’uomo non sembra essere più dotato, e la dichiarazione di intenti non riesce a smentire l’effetto finale.

2 commenti

  1. Franziska / 30 Settembre 2020

    Bellissima recensione.

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