Recensione su Dallas Buyers Club

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10 Febbraio 2014

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Storia vera, o almeno tratta da eventi realmente accaduti, di un ruvido e vizioso texano, Ron Woodroof, che scopre all’improvviso che esiste una vita al di là della giornata odierna, e lo fa quando la sua è appesa ad un filo sottile, spesso solo trenta giorni. Siamo negli anni ’80.
L’incipit del film è un’efficace e essenziale presentazione del protagonista per quello che è: un uomo dedito ad ogni genere di vizio in modo patologico, chiuso in una piccola realtà rurale e ancorato ad una mentalità chiusa a doppia mandata al resto del mondo.
A sconvolgere questo piccolo panorama “idilliaco” arriva una dura sentenza di morte: 30 giorni da vivere prima di spegnersi inesorabilmente per una malattia allora ancora poco conosciuta, l’AIDS.
La potenza devastante della notizia è amplificata dall’ignoranza di Ron, che collega l’AIDS solo ad una realtà omosessuale (peraltro vista in modo meramente gretto e superficiale) e non si capacita di come lui, un virile e rude uomo texano, possa averla contratta.
I primi giorni dalla sentenza passano in un lento scivolare nelle solite abitudini, fatte di festini a base di sesso, droga e rock and roll. Ma niente è più uguale per Ron.
Inizia così il suo lento percorso verso la consapevolezza della sua malattia, attraverso cui capirà di essersela auto – inferta per il suo stile di vita sregolato e che la vita ha un valore al di là di quello che di godereccio può offrirci l’oggi.
Ma le cure per l’AIDS sono poche e in fase sperimentale e accedere ai test del nuovo farmaco sul mercato, l’AZT, non sembra possibile.
Qui Ron inizierà a tirare fuori l’ingegno, pronto a lottare per la sua vita e contro una sentenza di morte troppo spietata.
Gli espedienti cui ricorrerà per procurarsi, inizialmente, l’AZT e poi, quando si accorgerà della sua dannosità, altri farmaci utilizzati all’estero ma non approvati negli USA, mostreranno, per la prima volta nel film, qualità di Ron che lui stesso non pensava di avere, prima fra tutte una forza di volontà invidiabile e la capacità di andare avanti nonostante i muri che il mondo gli innalzerà intorno.
Da qui prenderà vita il “Dallas Buyers Club”, un’idea nuova, geniale, attraverso cui guadagnare mediante sottoscrizioni con pagamento di una retta di 400 dollari e, al contempo, aiutare altre persone come lui a ricevere cure non approvate negli USA ma decisamente più efficaci dell’AZT.
I mesi passano e Ron è ancora lì, a dispetto dei 30 giorni di sentenza. Il mondo gli ha chiuso le porte molte volte, ma è lui che ha finalmente iniziato ad abbattere i suoi muri interiori.
Gli ostacoli che un’idea del genere incontrerà in una realtà dominata dalle case farmaceutiche principali saranno molte e, senza dirvi come andrà nei dettagli, un messaggio arriva forte e chiaro allo spettatore: l’importante è fare la propria parte, tentare di dare il proprio contributo al di là della propria vita. Il risultato è, spesso, al di là delle nostre possibilità.
Molto convincente è l’arco di trasformazione di Ron, che da chiuso uomo di Neanderthal, allargherà piano piano i suoi orizzonti, aprendosi a ciò che prima lo spaventava (attraverso l’amicizia con Rayon, transessuale interpretato da Jared Leto) e scoprendo il vero valore della vita.
Proprio nel momento della morte, o della sua prossimità, Ron capirà cosa vuol dire veramente vivere, e cercherà di dare il suo contributo, contro una realtà spietata, contro un futuro precluso per interessi estranei al valore della vita.
E qui sta la parabola di un uomo completamente alienato che, nel momento in cui diventerà un emarginato nel suo piccolo mondo chiuso, si aprirà finalmente a ciò che lo circonda, anche se si tratterà di una realtà dolorosa e per nulla edulcorata.
Non si parla di una favola dalle tinte colorate, ma di una storia dura, raccontata in modo essenziale e lineare, senza troppi orpelli, solo attraverso immagini efficaci e l’ottima interpretazione di Matthew McConaughey, finalmente alle prese con un ruolo degno del suo talento, troppo a lungo celato (anche per colpa sua), reso al meglio perchè vissuto sulla sua pelle, visto il forte dimagrimento cui si è sottoposto per la parte. E’ stata una performance molto fisica, diretta, vera. Non ho invece apprezzato particolarmente Leto, sicuramente bravo ma non autore di quella performance eccezionale che avevo sentito.
Una regia molto “diretta” ed efficace, una storia interessante, un interprete convincente, ecco gli ingredienti che fanno di “Dallas Buyers Club” un film da vedere.

2 commenti

  1. Stefania / 10 Febbraio 2014

    McConaughey è molto bravo (e particolarmente disturbante) anche in Killer Joe di Friedkin https://www.nientepopcorn.it/film/killer-joe/ Lì, gioca in maniera compiaciuta (seppur lesiva nei confronti del suo status di “bello ma buono”), con la sua immagine “maschia” e sbilancia ancor di più lo spettatore.
    Lo aspetto in Mud (2012!) di Jeff Nichols che, a breve (pare), la Movies Inspired dovrebbe distribuire.

  2. manu86 / 10 Febbraio 2014

    Non ho ancora visto Killer Joe ma saprò rimediare. Mud lo aspetto molto anche io. Io comunque l’avevo apprezzato anche in Amistad, il Momento di uccidere e the Lincoln Lawyer, ma nessuna di queste, seppur buone, interpretazioni si era neanche lontanamente avvicinata a quello che mi ha trasmesso in Dallas Buyers Club…

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