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Recensione su Cave of Forgotten Dreams

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17 dicembre 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Era il 1 gennaio, e il Superlavoratore mi chiede di andare a vedere questo. Io volevo, ovvio, andare, ma magari non il 1, non il giorno dopo aver bevuto e mangiato fino alle 5 del mattino. Perché sapevo benissimo che poteva essere letale. Risultato: un capolavoro assurdo e stupendo, un’esperienzonaona. Il film è in 3D, col mio abbonamento l’ho pagato solo 4 euro e mi sentivo un figo, ed è il secondo film della storia dopo Avatar che abbia senso vedere in 3D. Tutto il resto, si sa, è fuffa. Si tratta di un documentario di Werner Herzog, che è un regista di importanza ABNORME, soprattutto per i suoi film durante i ’70 e ’80 con Klaus Kinski, sulle grotte di Chauvet, in Francia. Qui si trovano, scoperte recentemente, le più antiche pitture rupestri ancora conservate, risalenti a circa 32000 anni fa. La grotta è chiusa al pubblico per non deteriorare le pitture e Herzog ha ottenuto un permesso speciale per fare le sue riprese. E niente, stiamo parlando proprio di un documentario di un’ora in una grotta. Assolutamente straodinario. Il 3D è funzionale e pure troppo perché, visti gli spazi angusti e incombenti della grotta, ti porta lì. Sei lì, sei dentro con loro. Le pitture, di bisonti, orsi, impronte di mani, sembrano avere in sé una primigenia idea di movimento, e millenni di storie da raccontare. Nel finale Herzog impazzisce del tutto, portandoci in una specie di serra realizzata con le acque di raffreddamento di una centrale nucleare non lontana dalla grotta dove un (o due?) coccodrillo albino si specchia in un riflesso, o davanti a un altro coccodrillo, e chiedendosi (Herzog, non il coccodrillo) se l’umanità non sia per caso come questo coccodrillo, mentre si specchia in se stessa nei segni del suo passato, e quale sarà l’umanità che in futuro guarderà se stessa in quello che noi, nel nostro presente che per loro è il passato, abbiamo prodotto 😀 chiaro no?
Ciò detto, la fatica del capodanno si è fatta strasentire, ho dovuto tenere gli occhi aperti con le spille da balia durante i primi almeno 45 minuti e svegliare una volta il Superlavoratore. Come al solito, russava.
Magari sembra che non sia così, ma vi assicuro che non si può che uscire concordi pensando contemporaneamente “capolavoro” ed ”è matto”.

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