Café Society

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Café Society

Hollywood, anni Trenta. Bobby è appena arrivato nella mecca del cinema, dove suo zio lavora come produttore. Il ragazzo spera di entrare nel giro del grande cinema. Nel frattempo, inizia a frequentare il dorato mondo che circonda i set e conosce Vonnie, di cui si innamora subito.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Café Society
Attori principali: Jesse EisenbergJesse EisenbergKristen StewartKristen StewartSteve CarellSteve CarellBlake LivelyBlake LivelyParker PoseyParker PoseyCorey Stoll, Jeannie Berlin, Ken Stott, Anna Camp, Paul Schneider, Stephen Kunken, Sari Lennick, Tony Sirico, Sheryl Lee, Richard Portnow, Woody Allen, Todd Weeks, Paul Schackman, Jodi Carlisle, Laurel Griggs, Saul Stein, Craig Walker, Gabriel Millman, Edward James Hyland, John Doumanian, Don Stark, Gregg Binkley, Anthony DiMaria, Shae D'Lyn, Steve Routman, William H. Burns, Lev Gorn, Steve Rosen, Kaili Vernoff, Douglas McGrath, David Pittu, Taylor Carr, Rob Joseph Leonard, Lauren Susan, Courtney C. Clark, Debra Lord Cooke, Maurice Sonnenberg, Elissa Piszel, Bettina Bilger, Kelly Rohrbach, Mostra tutti
Regia: Woody AllenWoody Allen
Sceneggiatura/Autore: Woody Allen
Fotografia: Vittorio Storaro
Costumi: Suzy Benzinger
Produttore: Letty Aronson, Stephen Tenenbaum, Edward Walson
Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Commedia, Romantico
Durata: 97 minuti

Dove vedere in streaming Café Society

L’oro di Storaro, il genio di Allen / 26 Aprile 2017 in Café Society

Solo l’influsso magico di Woody Allen poteva dare a Jesse Eisenberg, attore che reputo tra i peggiori in circolazione, l’occasione giusta. La Stewart è freddina assai, non stravedo neanche per lei. E se vogliamo nemmeno la innegabile sontuosità della fotografia di Storaro, qui intenta a spruzzare oro liquido sui volti femminili, non s’intona granché alla narrazione alleniana. Pur con tutte le riserve del caso, la scrittura di questa storia è ancora una volta un esempio cristallino della renaissance senile di questo genio immortale.

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Danza di WA / 7 Novembre 2016 in Café Society

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Puntuale come la padrona di casa a ritirar l’affitto, ma non la mia ché son io a doverla inseguire, ecco come anno ogni ritornare WA a rimirarsi allo specchio.
Bobby, che il tizio che fece Zuck, negli anni ‘30 molla NY e va in cerca di fortuna a LA, dove ha uno zio (Steve Carrell) produttore con le mani in pasta. E che pasta! Ehm, lo zio, scocciato, tra ville e champagne e urla WEST COAST!!! e attori bizzosi, lo riceve e gli dice “toh, vai a conoscere la città con questa mia segretaria”. Che è una figa stratosferica vestita con gonnellini anni porno30, ed è Kristen Stewart la quale, a differenza che nella serie Vampiretto (sì sì bla, lo so, Vampiretto era un’altra cosa ed era una figata) dove non gliel’appoggiava mai nessuno, qui si bomba tutto e tutti. Perché è stra… ah no già l’ho detto. As a matter of fact, they fall in love, però insomma lei è anche l’amante dello zio, e tra lo sfigato e il superproduttore va dove deve andare. Bobby piangendo urla EAST COAST!!! e se ne torna a NY, dove coi soldi del fratello gangsterucolo dirige il locale da cui il titolo. Che è so cool, e ci vanno tutti i meglio, i jazzisti, le gnocche, e se ne sposa una. Passano gli anni, e passano anche Vonnie (la tipa di prima) e lo zio a trovarlo nel suo locale. Ovviamente lei e lui finiscono a girare soli, ovviamente si amano, e ricordano di quando quanto si ama(va)no, ma non si può. Perché whatever. Whatever è ormai la conclamata filosofia di WA, basta che funzioni, basta che si scopi, basta che ci amiamo. WA, aggrappato al treno della memoria e dei ricordi tipico dell’over 70, sempre più chiuso nel suo mondo dove c’è il jazz dall’inizio alla fine, le protagoniste son tutte gnocche e le relazioni piuttosto inverosimili ma come al vento fazzoletti. Ed è una danza, e whatever, e le battute sugli ebrei e bom. Nel senso che probabilmente WA da questa spirale non uscirà mai più, e farà ogni anno un film che varrà la pena andare a vedere anche se non del tutto, perché sarà uguale a dopoprima, però whatever, e temo non ne uscirà più; perché tutto è un soffio e vivamus atque amemus.
Il resto, le ambientazioni, il jazz, gli sfavillanti anni dell’oro, delle bretelle e dei calzoni sopra l’ombelico e occhiali spessi, è impeccabile.
NB: WA non è whatsapp.

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Meh / 6 Ottobre 2016 in Café Society

Molto “Society” e poco “Cafè”. La fotografia sublime di Storaro è la sola cosa a far andare avanti il film e che permette ad Allen di incassare una sufficienza. La trama è “non pervenuta”, ma la sceneggiatura risulta piacevolmente scorrevole, e le massime che Allen butta sempre lì, che a me sembrano sempre saccenti e messe forzatamente in un discorso che poi perde di spontaneità e naturalezza, ma che tanto lo fanno gongolare per quanto è intelligente, sono ridotte al minimo, quindi un punto in più da parte mia.

Bene Eisenberg in Woody Jr., male Eisenberg come attore con una sua personalità. Anche se la Stewart non mi ha mai convinto e non mi piace, mantiene il suo modo di essere nel suo personaggio, che diventa sì originale, perchè la cosa più ovvia sarebbe stata caratterizzare Vonnie come la Daisy del Grande Gatsby, quindi l’ho apprezzata per questo, ma rimane comunque la stessa interpretazione che ci propina ogni volta.

Per farla breve, bene o male si salvano tutti, e io NON sono un fan di Woody Allen. Quindi magari chi ci tiene ne rimarrà deluso.

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Nostalgia / 5 Ottobre 2016 in Café Society

Allen è ciò che rimane di un cinismo che, molto differente da quello che è diventato moda, non dimentica di essere acuto.
Pur essendo molto cambiato nel tempo, diventando da sprezzante nella sua patologia, a nostalgico e (per certi versi) accomodante, non ha fortunatamente perso l’acume per scavare, attraverso una storia banale nel suo percorso, nei sentimenti viscerali che traboccano nei personaggi. L’eleganza del contesto dei primi decenni del ‘900 accompagna esaltando una nostalgia che è prima sostanza (e protagonista del film), poi forma, con una sincronia di risultato che ne aumenta la portata.
D’altro canto Cafè Society fa perno proprio sull’aspetto emozionale, a dispetto di lavori passati che su tutt’altro puntavano, con il risultato di “banalizzarsi”, farsi meno autoriale scansando l’intellettualismo: la conseguenza di una vecchiaia non troppo serena per Allen?
Io personalmente apprezzo questa deriva alleniana del suo ultimo periodo. Sembra quasi che stia creando tutto ciò che un tempo aveva sapientemente distrutto, o snobbato, un po’ chiedendo ammenda, un po’ (come risultato) prendendosi autoironicamente per i fondelli. Pare stia avendo una filmografia al contrario, e suoi vecchi film cult lì a stroncare, criticamente, molte delle ultime opere; è quantomeno divertente.
Belli i costumi, belle le musiche, e una fotografia quasi sempre virata sul giallo, assieme alla spinta sui bianchi e abbassamento di nitidezza in alcuni ritratti della Stewart chiamano ancora gran voce la protagonista: nostalgia, nostalgia, nostalgia.
E il film è riuscito a mettermi in balia dell’altalena emotiva, lasciandomi quel senso di amaro fastidio che è l’ottica per ripercorre a ritroso tutto il film, una volta conclusosi.

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Fiacco / 2 Ottobre 2016 in Café Society

Narrativamente, il film mi è parso alquanto fiacco, privo di mordente.
A mio parere, la principale attrazione di questo lavoro di Allen (e, forse, l’unico motivo che valga davvero la visione della pellicola) è costituita dalla sfolgorante rappresentazione di un passato esteticamente molto interessante come è quello degli Anni Trenta a stelle e strisce: i bellissimi abiti firmati da Suzy Benzinger (costumista di Allen in altri 5 lungometraggi) e la splendida fotografia di Storaro (con la sua elegantissima esaltazione delle terre, dei mogani, degli ottoni, degli ori e degli avorii in scena) creano un’atmosfera patinata da sogno.

Per il resto, pur avendo apprezzato tutte le prove attoriali (ad eccezione di Eisenberg che, negli evidenti panni di un alter ego di Woody Allen, non mi ha convinto affatto, poiché mi è parso alleniano in maniera artefatta, molto lontano, per esempio, dal lavoro di Larry Davis di Basta che funzioni), stupendomi sinceramente per l’appropriatezza fisica delle protagoniste femminili, la Stewart e la Lively, attrici che, finora, non mi avevano mai conquistata, Café Society non ha saputo divertirmi o coinvolgermi in alcuna maniera e a nulla, in questo senso, vale la pur non banale “morale” contenuta nella battuta-chiave del film (più o meno, “La vita è una commedia, ma scritta da un commediografo sadico”).

Rimandato.

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