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Fellini, tanto amore / 15 settembre 2015 in Amarcord

Sono uscito dal cinema con la pelle d’oca. Emozioni a fior di pelle, seduzione totale; sarà anche un richiamo atavico del mio sangue in parte emiliano (sì lo so che romagnolo è altra cosa, ma ciò che è ancestrale non guarda al campanile), sta di fatto che questo è il mio Fellini preferito.
Vi spiego perchè: in primo luogo, la gioia di averlo visto in una sala cinematografica grazie al restauro della Cineteca di Bologna (lunga vita!). Poi, il trionfo del colore, che è perfettamente connaturato alla vitalità della pellicola, catturato dalla fantasmagorica fotografia di Rotunno, oggi signore di 92 anni che ha pregiato della sua supervisione le operazioni di restauro.
La vis comica di questo film, con la sua galleria di caratteristi irresistibili; penso alla sequenza degli insegnanti, pura essenza del miglior cabaret all’italiana. Il gusto dei sensi, dalla tavola al letto, che Fellini ha sempre celebrato liberamente; Roger Ebert, tra i primi ammiratori di Fellini, per strappargli di dosso la fastidiosa etichetta di “cinema d’autore” affermò provocatoriamente che il maestro riminese era più vicino a Russ Meyer che a Ingmar Bergman.
La musica di Nino Rota. Sì, la musica più che “le musiche”, perchè in questo film viene riproposta all’infinito la celeberrima nenia ipnotizzante, vagamente orientaleggiante, malinconica, in tutte le salse e in diverse varianti. E non vorresti ascoltare altro.
L’atmosfera paesana ricreata magicamente, in un gioco di parodia e di fantasia, con gli accenti sui grandi falò equinoziali, le contrade di paese dove un avvocato cicerone (bellissimo volto cornacchiesco di Luigi Rossi) prova a raccontarci una storia ma viene continuamente spernacchiato da qualcuno (Fellini stesso). La poesia di una processione di lampare in mare aperto per salutare il transatlantico, gigantesco e luminoso come un mostro marino che emerge dal buio notturno. O di un casolare nei campi tra il frinire delle cicale dove un matto sull’albero grida “Voio una doooonnaa!” (eccezionale Ciccio Ingrassia, disconosciuto grande artista del nostro cinema), una nebbia avvolgente come la morte, la neve che chiama improvvisamente tutti fuori dal cinema dove si stava proiettando un film con Gary Cooper. Un film segnato dalle stagioni, con la medesima semplicità della vita di borgo. Si ride e si piange, si ama e si muore.
Aggiungo in coda pure che Woody Allen trasse ispirazione da questo film per il suo ‘Radio Days’, che a tutt’oggi resiste saldamente sulla vetta dei miei film preferiti in assoluto. Sì lo so sono un nostalgico… Che ci posso far?

3 commenti

  1. hartman / 20 settembre 2015

    Beh, come non si fa a non essere nostalgici vedendo questo meraviglioso film? Grande Paolo. Poi visto sul grande schermo…

  2. paolodelventosoest / 21 settembre 2015

    Sono molto sensibile alla nostalgia nei film! Adoro praticamente tutti i film con sguardo malinconico al passato, sono una mia fissazione 😀

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