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Recensione su The Handmaid's Tale

/ 20178.380 voti

Tu non sei tua, tu sei una cosa, tu non sei nessuno. / 27 dicembre 2017 in The Handmaid's Tale

Prima stagione
Poche volte un libro o un film riescono a sconvolgermi, succede molto più spesso con il telegiornale, ma The Handmaid’s Tale c’è riuscita. Dopo la visione della prima puntata ci si accorge che questo non è il “racconto” di una società distopica, ma il sunto di tutte le atrocità che l’uomo, in nome di un qualunque dio e della propria arroganza, riesce a perpetrare verso i suoi simili, e a lungo andare, verso se stesso.
In questo “racconto” non c’è nulla che non sia già accaduto o che non stia accadendo in questo momento in qualche parte del mondo, o più semplicemente in qualche “casa”. La sottomissione della donna, la repressione degli affetti, della sessualità in genere e della propria identità, ma non solo, i “roghi di libri” e il divieto di lettura, l’imposizione delle “divise” nel rispetto delle caste e il “potere”, o meglio, il diritto di viva o di morte demandato a pochi “eletti”, sono tutte cose che abbiamo già visto e continuiamo a vedere anche ai giorni nostri.
The Handmaid’s Tale racconta tutto questo, e lo fa con “crudezza” senza lasciare quasi nulla all’immaginazione dello spettatore. Le mutilazioni, la marchiatura, la “cerimonia”, la ripetizione ossessiva del saluto delle ancelle, sono scene che non si dimenticano e fanno riflettere.

Probabilmente la buona riuscita della serie, oltre alla storia, è dovuta gran parte all’interpretazione di Elisabeth Moss che riesce a trasmettere emozioni sempre molto forti. I suoi occhi, assieme alla colonna sonora, spesso raccontano più di molte parole. Bellissima la scena, nell’ultima puntata, delle ancelle che tornano alle loro case con Difred in testa accompagnate da “Feeling Good” di Nina Simone o il suo primo piano nel corridoio del bordello con “White Rabbit” dei Jefferson Airplane.
Da vedere, assolutamente.

Seconda stagione
Non sempre una seconda stagione riesce a rimanere al passo della prima, ma in questo caso c’è riuscita egregiamente, anzi, forse in maniera diversa, la seconda è più “forte” della prima.
Quello che colpisce maggiormente, non è quello che accade o quello che senti, ma ciò che traspare dagli sguardi e dai gesti delle protagoniste. Scusate se mi ripeto, ma Elisabeth Moss (June) è strepitosa.
A parte alcune scene di fronte alle quali non si può restare impassibili (es. lo stupro, il parto), questa seconda stagione mi è parsa più psicologica. La violenza, oltre che fisica, qui è molto più legata a sentimenti ed emozioni. L’alternanza ragione-cuore dei “cattivi” colpisce l’emotività delle protagoniste fino a renderle sottomesse ed inespressive.
Da citare anche l’ottima interpretazione di Alexis Bledel (Emily), che ha un ruolo non più secondario, ma anzi determinante nello svolgimento della storia.
Per finire, sono rimasto molto sorpreso dal finale, ma dopotutto, c’era da aspettarselo, altrimenti…

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