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Recensione su The Handmaid's Tale

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Tu non sei tua, tu sei una cosa, tu non sei nessuno. / 27 dicembre 2017 in The Handmaid's Tale

Poche volte un libro o un film riescono a sconvolgermi, succede molto più spesso con il telegiornale, ma The Handmaid’s Tale c’è riuscita. Dopo la visione della prima puntata ci si accorge che questo non è il “racconto” di una società distopica, ma il sunto di tutte le atrocità che l’uomo, in nome di un qualunque dio e della propria arroganza, riesce a perpetrare verso i suoi simili, e a lungo andare, verso se stesso.
In questo “racconto” non c’è nulla che non sia già accaduto o che non stia accadendo in questo momento in qualche parte del mondo, o più semplicemente in qualche “casa”. La sottomissione della donna, la repressione degli affetti, della sessualità in genere e della propria identità, ma non solo, i “roghi di libri” e il divieto di lettura, l’imposizione delle “divise” nel rispetto delle caste e il “potere”, o meglio, il diritto di viva o di morte demandato a pochi “eletti”, sono tutte cose che abbiamo già visto e continuiamo a vedere anche ai giorni nostri.
The Handmaid’s Tale racconta tutto questo, e lo fa con “crudezza” senza lasciare quasi nulla all’immaginazione dello spettatore. Le mutilazioni, la marchiatura, la “cerimonia”, la ripetizione ossessiva del saluto delle ancelle, sono scene che non si dimenticano e fanno riflettere.

Probabilmente la buona riuscita della serie, oltre alla storia, è dovuta gran parte all’interpretazione di Elisabeth Moss che riesce a trasmettere emozioni sempre molto forti. I suoi occhi, assieme alla colonna sonora, spesso raccontano più di molte parole. Bellissima la scena, nell’ultima puntata, delle ancelle che tornano alle loro case con Difred in testa accompagnate da “Feeling Good” di Nina Simone o il suo primo piano nel corridoio del bordello con “White Rabbit” dei Jefferson Airplane.

Assolutamente da vedere.

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