The Handmaid's Tale

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serie tvThe Handmaid's Tale

Dall'omonimo romanzo di Margaret Atwood. In un futuro distopico, dove una guerra civile e sconvolgimenti climatici hanno minato la sopravvivenza umana, gli Stati Uniti sono retti dal governo di Gilead, totalitario e fondato sul fondamentalismo cristiano, che ha trasformato le donne in creature totalmente soggiogate dall'uomo: il genere femminile è suddiviso in classi, ognuna con uno scopo preciso. In particolare, le Ancelle, sono le poche donne fertili rimaste e, in grado, perciò di assicurare una discendenza al genere umano: esse sono trattate alla stregua di animali da riproduzione a cui è negato il diritto alla cultura, all'informazione, al piacere.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: The Handmaid's Tale
STAGIONI/EPISODI: 3 Stagioni , 36 episodi, in corso
Durata episodi: 50 min.
Attori principali: Elisabeth MossElisabeth MossYvonne StrahovskiYvonne StrahovskiJoseph FiennesJoseph FiennesMax MinghellaMax MinghellaSamira WileySamira WileyO.T. Fagbenle, Amanda Brugel, Ann Dowd, Bradley Whitford, Madeline Brewer
Creata da: Bruce MillerBruce Miller
Produttore: Bruce Miller, Daniel Wilson, Fran Sears, Warren Littlefield
Produzione: Usa
Genere: Drama, Sci-fi
Network: Hulu

Dove vedere in streaming The Handmaid's Tale

Tu non sei tua, tu sei una cosa, tu non sei nessuno. / 27 Dicembre 2017 in The Handmaid's Tale

Prima stagione
Poche volte un libro o un film riescono a sconvolgermi, succede molto più spesso con il telegiornale, ma The Handmaid’s Tale c’è riuscita. Dopo la visione della prima puntata ci si accorge che questo non è il “racconto” di una società distopica, ma il sunto di tutte le atrocità che l’uomo, in nome di un qualunque dio e della propria arroganza, riesce a perpetrare verso i suoi simili, e a lungo andare, verso se stesso.
In questo “racconto” non c’è nulla che non sia già accaduto o che non stia accadendo in questo momento in qualche parte del mondo, o più semplicemente in qualche “casa”. La sottomissione della donna, la repressione degli affetti, della sessualità in genere e della propria identità, ma non solo, i “roghi di libri” e il divieto di lettura, l’imposizione delle “divise” nel rispetto delle caste e il “potere”, o meglio, il diritto di viva o di morte demandato a pochi “eletti”, sono tutte cose che abbiamo già visto e continuiamo a vedere anche ai giorni nostri.
The Handmaid’s Tale racconta tutto questo, e lo fa con “crudezza” senza lasciare quasi nulla all’immaginazione dello spettatore. Le mutilazioni, la marchiatura, la “cerimonia”, la ripetizione ossessiva del saluto delle ancelle, sono scene che non si dimenticano e fanno riflettere.

Probabilmente la buona riuscita della serie, oltre alla storia, è dovuta gran parte all’interpretazione di Elisabeth Moss che riesce a trasmettere emozioni sempre molto forti. I suoi occhi, assieme alla colonna sonora, spesso raccontano più di molte parole. Bellissima la scena, nell’ultima puntata, delle ancelle che tornano alle loro case con Difred in testa accompagnate da “Feeling Good” di Nina Simone o il suo primo piano nel corridoio del bordello con “White Rabbit” dei Jefferson Airplane.
Da vedere, assolutamente.

Seconda stagione
Non sempre una seconda stagione riesce a rimanere al passo della prima, ma in questo caso c’è riuscita egregiamente, anzi, forse in maniera diversa, la seconda è più “forte” della prima.
Quello che colpisce maggiormente, non è quello che accade o quello che senti, ma ciò che traspare dagli sguardi e dai gesti delle protagoniste. Scusate se mi ripeto, ma Elisabeth Moss (June) è strepitosa.
A parte alcune scene di fronte alle quali non si può restare impassibili (es. lo stupro, il parto), questa seconda stagione mi è parsa più psicologica. La violenza, oltre che fisica, qui è molto più legata a sentimenti ed emozioni. L’alternanza ragione-cuore dei “cattivi” colpisce l’emotività delle protagoniste fino a renderle sottomesse ed inespressive.
Da citare anche l’ottima interpretazione di Alexis Bledel (Emily), che ha un ruolo non più secondario, ma anzi determinante nello svolgimento della storia.
Per finire, sono rimasto molto sorpreso dal finale, ma dopotutto, c’era da aspettarselo, altrimenti…

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Nolite te bastardes carborundorum / 9 Novembre 2017 in The Handmaid's Tale

Prima stagione
Potente e riuscito adattamento dell’omonimo romanzo della Atwood (che ha partecipato alla produzione come co-sceneggiatrice, l’ha supervisionata ed è comparsa in un episodio nel ruolo di una Zia).
Benché il libro si dimostri eccellente nel descrivere la peculiare situazione delle Ancelle, tratteggiando in maniera asciutta, essenziale e univoca un contesto da incubo, la serie tv si distingue dalla sua matrice per l’esplicitazione di alcuni dettagli impliciti o in essa inespressi.

In particolare, mi riferisco a due elementi.
Il primo, è il senso di “incompletezza” delle Mogli, eluso -per quel che ricordo- dal romanzo e che, qui, ho trovato molto interessante.
Si tratta di donne forzatamente ambigue (tra l’altro, particolarmente fredde, laddove dovrebbero dimostrarsi comprensive ed empatiche) a cui è negata la maternità. Alcune di esse desiderano tale condizione a prescindere dal destino dell’umanità. Altre adempiono al ruolo di madri surrogate per puro dovere.
Benché si tratti di una critica scomoda, “fastidiosa”, si tratta di un tassello fondamentale nell’atteggiamento di biasimo nei confronti della maternità a tutti i costi e alla prosecuzione della specie (umana).
In ogni caso, ognuna delle Mogli è una “donna a metà”, a cui è negata, sia essa volente o nolente, la condizione di madre biologica e la possibilità di provare ancora piacere sessuale. Poiché l’atto sessuale viene associato esclusivamente alla procreazione ed esse non sono in grado di generare vita, le Mogli non solo sono costrette ad assistere all’accoppiamento fra il consorte e l’Ancella di turno, che seppure gelido e meccanico, è pur sempre un atto fisico di natura intima, ma non possono mai concedersi al marito in senso biblico.

Il secondo elemento è rappresentato dalla “ritorsione” della Legge nei confronti di chi l’ha promulgata. La moglie di Waterford è stata fra le promotrici del nuovo ordine sociale e, progressivamente, ne viene stritolata, poiché da essa viene costretta all’infelicità, all’insoddisfazione fisica ed emotiva e all’isteria.

A dispetto dello scenario distopico, la forza deflagrante di questa storia risiede nella sua attualità. A ben pensarci, ciò a cui vengono sottoposte le Ancelle appartiene alla Storia dell’umanità da millenni (e la base filologica rappresentata dall’uso del Vecchio Testamento come testo di riferimento ne è un indizio) e non si tratta di una prassi estinta.
La Atwood pubblicò il romanzo nel 1985, pochi anni dopo la rivoluzione in Iran: seppure le premesse non siano le stesse della nascita dello Stato di Galaad (crisi ecologica, sterilità), la situazione generale presenta notevoli affinità con la repubblica islamica di Khomeini (governo di ispirazione religiosa, persecuzione degli omosessuali, bando degli alcolici e della prostituzione, punizioni per i trasgressori della legge religiosa, ecc.).
Tutt’oggi, anche nell’evoluto Occidente, ogni donna rischia da un momento all’altro di diventare una schiava, vittima di un sistema economico, sociale e politico pronto a negarle istantaneamente i diritti e i bisogni minimi.
Esistono ancora le schiave (del sesso, del lavoro, della famiglia e delle convenzioni) e le loro condizioni non sono troppo diverse da quelle delle Ancelle della Atwood. Basta un attimo, è sufficiente una decisione calata dall’alto per perdere ogni diritto civile, i poteri decisionali, la possibilità di esprimersi. Impressiona pensare a quanto tempo e quanti sacrifici siano occorsi perché una donna potesse ritenere “normali” specifiche libertà (leggere, scrivere, amare o, semplicemente, parlare) e quanto sia semplice perderli in un battito di ciglia.
Difred e le sue furbizie, volte a salvarle -letteralmente- la vita, ricordano gli intrighi maliziosi di palazzo, le strategie di corte da feuilleton. Mi viene da pensare a quante regine, cortigiane e sguattere, nei secoli, abbiano dovuto farvi penosamente ricorso per non soccombere.

L’interpretazione di Elisabeth Moss è un elemento fondamentale per la buona riuscita della serie tv: è intensa, appropriata, dolente, trasmette grandi emozioni.
Pessimo Fiennes Jr., perennemente e ingiustificatamente accigliato.

Voto prima stagione: 8

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Uno sguardo crudo, alienante, impresso sulle iridi plumbee di un’anti-utopia dispatica. / 17 Giugno 2017 in The Handmaid's Tale

Adattato per la tv da Bruce Miller, ‘’The Handmaid’s Tale’’ ( romanzo distopico di Margaret Atwood ) rappresenta l’intrinseco e nudo percorso di un’ancella, tra i travagli, i patimenti e le tribolazioni di un regime oligarchico e assolutista. Cacotopia, appunto, letta mediante i sensi e le percezioni di una donna ( vittima tra tante ) relegata al limitante ruolo di ‘’incubatrice’’, causa infertilità globale.
L a serie è attenta nel ritrarre una società chiusa, intollerabile, intinta in un colore opaco. Un grigio antracite asfissiante, che ricopre come una patina l’ambiente e i toni.
Elisabeth Moss è magnifica, la sua Difred ( spogliata anche del nome ), con la sua forza, la sua empatia, la sua resilienza, è l’antitesi silenziosa di un mondo bigotto e timorato di Dio, di una cultura intrappolata nelle fauci del fanatismo.
Uno sguardo crudo, alienante, impresso sulle iridi plumbee di un’anti-utopia dispatica.

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