Recensione su The Handmaid's Tale

/ 20178.382 voti

Nolite te bastardes carborundorum / 9 novembre 2017 in The Handmaid's Tale

Prima stagione
Potente e riuscito adattamento dell’omonimo romanzo della Atwood (che ha partecipato alla produzione come co-sceneggiatrice, l’ha supervisionata ed è comparsa in un episodio nel ruolo di una Zia).
Benché il libro si dimostri eccellente nel descrivere la peculiare situazione delle Ancelle, tratteggiando in maniera asciutta, essenziale e univoca un contesto da incubo, la serie tv si distingue dalla sua matrice per l’esplicitazione di alcuni dettagli impliciti o in essa inespressi.

In particolare, mi riferisco a due elementi.
Il primo, è il senso di “incompletezza” delle Mogli, eluso -per quel che ricordo- dal romanzo e che, qui, ho trovato molto interessante.
Si tratta di donne forzatamente ambigue (tra l’altro, particolarmente fredde, laddove dovrebbero dimostrarsi comprensive ed empatiche) a cui è negata la maternità. Alcune di esse desiderano tale condizione a prescindere dal destino dell’umanità. Altre adempiono al ruolo di madri surrogate per puro dovere.
Benché si tratti di una critica scomoda, “fastidiosa”, si tratta di un tassello fondamentale nell’atteggiamento di biasimo nei confronti della maternità a tutti i costi e alla prosecuzione della specie (umana).
In ogni caso, ognuna delle Mogli è una “donna a metà”, a cui è negata, sia essa volente o nolente, la condizione di madre biologica e la possibilità di provare ancora piacere sessuale. Poiché l’atto sessuale viene associato esclusivamente alla procreazione ed esse non sono in grado di generare vita, le Mogli non solo sono costrette ad assistere all’accoppiamento fra il consorte e l’Ancella di turno, che seppure gelido e meccanico, è pur sempre un atto fisico di natura intima, ma non possono mai concedersi al marito in senso biblico.

Il secondo elemento è rappresentato dalla “ritorsione” della Legge nei confronti di chi l’ha promulgata. La moglie di Waterford è stata fra le promotrici del nuovo ordine sociale e, progressivamente, ne viene stritolata, poiché da essa viene costretta all’infelicità, all’insoddisfazione fisica ed emotiva e all’isteria.

A dispetto dello scenario distopico, la forza deflagrante di questa storia risiede nella sua attualità. A ben pensarci, ciò a cui vengono sottoposte le Ancelle appartiene alla Storia dell’umanità da millenni (e la base filologica rappresentata dall’uso del Vecchio Testamento come testo di riferimento ne è un indizio) e non si tratta di una prassi estinta.
La Atwood pubblicò il romanzo nel 1985, pochi anni dopo la rivoluzione in Iran: seppure le premesse non siano le stesse della nascita dello Stato di Galaad (crisi ecologica, sterilità), la situazione generale presenta notevoli affinità con la repubblica islamica di Khomeini (governo di ispirazione religiosa, persecuzione degli omosessuali, bando degli alcolici e della prostituzione, punizioni per i trasgressori della legge religiosa, ecc.).
Tutt’oggi, anche nell’evoluto Occidente, ogni donna rischia da un momento all’altro di diventare una schiava, vittima di un sistema economico, sociale e politico pronto a negarle istantaneamente i diritti e i bisogni minimi.
Esistono ancora le schiave (del sesso, del lavoro, della famiglia e delle convenzioni) e le loro condizioni non sono troppo diverse da quelle delle Ancelle della Atwood. Basta un attimo, è sufficiente una decisione calata dall’alto per perdere ogni diritto civile, i poteri decisionali, la possibilità di esprimersi. Impressiona pensare a quanto tempo e quanti sacrifici siano occorsi perché una donna potesse ritenere “normali” specifiche libertà (leggere, scrivere, amare o, semplicemente, parlare) e quanto sia semplice perderli in un battito di ciglia.
Difred e le sue furbizie, volte a salvarle -letteralmente- la vita, ricordano gli intrighi maliziosi di palazzo, le strategie di corte da feuilleton. Mi viene da pensare a quante regine, cortigiane e sguattere, nei secoli, abbiano dovuto farvi penosamente ricorso per non soccombere.

L’interpretazione di Elisabeth Moss è un elemento fondamentale per la buona riuscita della serie tv: è intensa, appropriata, dolente, trasmette grandi emozioni.
Pessimo Fiennes Jr., perennemente e ingiustificatamente accigliato.

Voto prima stagione: 8

6 commenti

  1. inchiostro nero / 9 novembre 2017

    Non ho letto il romanzo della Atwood, ma ho trovato interessante e funzionale all’intreccio narrativo il parallelo tra le ”mogli” e le ”ancelle”, che come hai scritto non è particolarmente rappresentato nella forma cartacea. Per quanto riguarda Joseph Fiennes, concordo, e aggiungo all’accigliato, anche l’annoiato.
    Ps C’è in giro anche un’altra trasposizione della scrittrice canadese,” L’altra Grace”.

    • Stefania / 10 novembre 2017

      @inchiostro-nero: sì, sembra perfino annoiato, hai ragione. Peccato.
      A proposito de L’altra Grace, mi incuriosisce molto: spero di recuperarlo presto (anche se, prima, sarei tentata di leggere il libro! Vedrò che fare 🙂 ).

  2. Federico66 / 27 dicembre 2017

    Condivido, Fiennes quasi assente. Al contrario, la Strzechowski, riesce a dare al personaggio un carattere ben delineato e ben caratterizzato.

    • Stefania / 27 dicembre 2017

      @federico66: già! Lei esprime decisamente bene lo sbarellamento psicologico di una Moglie (e che Moglie, dato che è co-fondatrice del “movimento”): molto brava.

      • Federico66 / 13 agosto 2018

        @stefania: a proposito della signora Waterford , ti consiglio vivamente la seconda stagione 🙂

        • Stefania / 13 agosto 2018

          @federico66: guà, è da un paio di settimane che vorrei aggiornare la mia recensione, alla luce della seconda stagione… Sull’interpretazione della Strzechowski, niente da dire, ma questo ciclo di episodi non mi è piaciuto neanche un po’ e arrivare alla fine mi è pesato assai assai 🙁

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