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Il gattopardo

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Il gattopardo
Il gattopardo

Dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. 1860: Garibaldi e i suoi Mille sono sbarcati a Marsala, in Sicilia. Dalla sua villa, il principe Don Fabrizio di Salina assiste in prima persona alla fine della monarchia e dei privilegi nobiliari di epoca borbonica.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Il gattopardo
Attori principali: Burt LancasterAlain DelonClaudia CardinalePaolo StoppaTerence HillPierre Clémenti, Rina Morelli, Romolo Valli, Maurizio Merli, Lucilla Morlacchi, Giuliano Gemma, Ida Galli, Ottavia Piccolo, Serge Reggiani, Carlo Valenzano, Brook Fuller, Anna Maria Bottini, Lola Braccini, Marino Masé, Howard Nelson Rubien, Tina Lattanzi, Ernesto Almirante, Marcella Rovena, Rina De Liguoro, Valerio Ruggeri, Giovanni Melisenda, Vittorio Duse, Vanni Materassi, Olimpia Cavalli, Winni Riva, Stelvio Rosi, Ivo Garrani, Leslie French, Gino Santercole, Lou Castel, Michela Roc, Pippo Agusta
Regia: Luchino Visconti
Sceneggiatura/Autore: Luchino Visconti, Suso Cecchi d'Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa
Colonna sonora: Nino Rota
Fotografia: Giuseppe Rotunno
Costumi: Piero Tosi
Produttore: Goffredo Lombardo, Pietro Notarianni
Produzione: Italia, Francia
Genere: Drammatico, Romantico
Durata: 186 minuti

Molto bello / 27 Settembre 2016 in Il gattopardo

Molto ben riuscito a mio parere; non era semplice restare fedeli al racconto del libro. Spesso dopo aver letto un libro il film rende inevitabilmente meno ma in questo caso no. Mi ero immaginata il personaggio di Tancredi tale e quale ad Alain Delon, quindi non potevo che rimanerne soddisfatta 🙂

20 Novembre 2013 in Il gattopardo

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Storia opu e corpulenta di un crollo, metonimicamente (?) impersonato dal Principe Salina, di un’epoca e di una classe sociale. Diciamo anche che Terence Hill con la evve moscia ha il suo perché, che la Cardinale gnocca non è, e che Alain Delon è un meraviglioso Tancredi, spaccone simpa; e somiglia a un tipo che mi stava sul ca**o :/
Nella trasposizione filmica del romanzo, Visconti non rinuncia a una insistita letterarietà, che dona un certo artificio sontuoso ai dialoghi, ma non stucca e anzi si intona con lo sfarzo e i modi dell’aristocratica famiglia protagonista. Il principe, e la graziosa famiglia tutta, di lontano assiste allo sbarco dei mille in Sicilia, alla progressiva trasformazione in rapace di Tancredi, che sul finale divien fin quasi fascista, e li asseconda, l’uno e l’altro, in nome di un pragmatismo che lascia da parte gli ideali (eh cara mia, non ci son più gli ideali d’autrefois…) per sposare, letteralmente, quelli borghesi del denaro e del potere. Lo asseconda ma non partecipa, e il ballo finale, estenuante per tutti i protagonisti come estenuata è l’aristocrazia che vi viene rappresentata, è la rinuncia finale alla possibilità di agire ancora da protagonista, in un mondo in cui riconoscersi è per lui impossibile. E quasi ci rimane il principe, al ballo, se non avessi saputo la storia avrei temuto schiattasse da un momento all’altro.
Poi ci sono tutte quelle storielle belle sulla produzione, del tipo che durante la scena del ballo ogni giorno di riprese Visconti faceva accendere migliaia di candele, perché non voleva luce elettrica nel film. E c’è una rappresentazione della Sicilia, esterni e interni, accecante.

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22 Aprile 2013 in Il gattopardo

“They are coming to teach us good manners but won’t succeed, because we are gods.”

Mi sono sempre chiesto per quale motivo guardiamo senza problemi le pellicole di argomento storico made in U.S.A quando facciamo di tutto per astenerci dalla visione di quelle nostrane. Il mio non è antiamericanismo bensì una semplice riflessione.

Oggi vorrei parlarvi de “Il Gattopardo”, film poco compreso all’estero (un Paese fra i tanti è proprio quell’ America citata sopra) tanto da fare qui flop.
Ebbene si, all’estero fece flop ma sia in Italia che in Francia ebbe un buonissimo successo.
La pellicola in questione è diretta da Luchino Visconti, la colonna sonora è curata da Nino Rota e ad oggi è uno dei 100 film italiani da salvare. Un vero capolavoro della storia cinematografica nostrana e non solo. Il Gattopardo è un tuffo nel passato, in un’era non troppo lontana, gli anni chiamati Risorgimento, periodo che personalmente mi affascina. Quello che nasce come un romanzo scritto da Giuseppe Tomasi di lampedusa, diventa pellicola.
Molti ne hanno visto una critica al Risorgimento, più che critica al Risorgimento come rivoluzione mancata è una critica alla modernità, all’arrivismo, al fatto che tutto resta uguale anche se in teoria c’è un cambiamento, il contesto Risorgimentale è un bellissimo affresco, una splendida cornice dove poter parlare di tutto, dalla figura del borghese cafone al già detto “affinché niente cambi, occorre che tutto cambi”. Un film attualissimo che lascia un certo amaro in bocca. Il Principe Don Fabrizio di Salina interpretato da Burt Lancaster è un nobile, consapevole di come egli, e tutti quelli come lui, siano finiti. Burt Lancaster, ragazze/i Burt Lancaster interpreta il nobile Siciliano molto meglio di qualsiasi Siciliano.E’ se stesso, recita da Dio, la fierezza, l’orgoglio, il portamento, è “il Siciliano” nell’immaginario comune di quegli anni. Tutte piccole chicche che non possono passare inosservate.
Don Fabrizio è infatti un leone, un uomo forte di spirito e di corpo, focoso come un tizzone ardente, di vedute aperte, intelligente ma con le sue debolezze. Ha un debole per il pupillo, il nipote Tancredi. Se Don Fabrizio rappresenta una classe politica oramai tramontata, Tancredi ne rappresenta una rimpiazzante. E’ così che avviene nelle rivoluzioni, c’è una classe che muore e una che la rimpiazza.
Com’è che si dice ? La famiglia prima di tutto.
Il Principe capisce come la situazione stia cambiando pur rimanendo uguale, in poche parole compaiono ruoli nuovi ma i personaggi sono gli stessi.
Non è più la nobiltà ad aver un ruolo cardine nella vita politica e sociale del Paese ma il ceto medio-alto, la Borghesia. Siamo negli anni che vanno dallo Sbarco di Garibaldi in Sicilia a quelli subito dopo l’Unità d’Italia con Torino Capitale. Perché dovrebbe esserci una critica alla fase storica in cui è stato fatto il film ?
Prendiamo proprio il Principe e soprattutto una sua frase: “Invece di avere un re che parla con accento Napoletano ce ne sarà uno Piemontese”. La frase è interpretabile con: “Come tutto può cambiare, tutto resta uguale”. Il personaggio di Don Fabrizio è fortemente critico, critico non solo verso la situazione generale ma anche verso un certo arrivismo, quello del prediletto Tancredi che prima milita a fianco di Garibaldi e poi a “Rivoluzione” finita accusa di
le camicie rosse che non sono passate nelle file dell’Esercito Sabaudo. Il Principe di Salina è affranto dal suo comportamento.
Ed è proprio Tancredi (Alain Delon) il mezzo per raggiungere il tanto amato fine: “affinché niente cambi, bisogna che tutto cambi” e quindi si pianificano le nozze tra lo stesso e una bella carusa, la figlia (Claudia Cardinale) del sindaco borghesotto chiamato Sedara, tizio tanto ricco quanto ignorante. Ma lo spirito del Salina emerge anche e soprattutto in un altro episodio, quello fra un poco interessato Don Fabrizio e Chevalley incarnante l’autorità, il Regno d’Italia, venuto da Torino per nominare Senatore Don Fabrizio, egli è stato
scelto per l’importanza del suo cognome, la sua posizione di prestigio, per il retto comportamento, l’attitudine liberale e per meriti scientifici. Rifiuterà la proposta. Condirà un discorso pieno di pathos, egli sostiene come siano venticinque secoli almeno che la Sicilia e i Siciliani portano sulle spalle il peso di magnifiche civiltà tutte venute da fuori ma nessuna germogliata da noi stessi, essi siano colonia. Il Principe non si lagna, sa come la colpa sia in parte dei nobili e in parte dei cittadini stessi. Non crede che il Neo Regno abbia delle grandi sorprese ed è per questo che rifiuterà la proposta di Chevalley. Dopo il danno la beffa, rifiutando il posto suggerisce il nome di Calogero Sedara e termina il tutto con un’ultima perla: ” in fondo i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria, la loro fierezza è cecità” Dove per Siciliani, a mio avviso se non nel romanzo almeno nella pellicola, si intende tutto il carrozzone Italia.

Perdonate le ripetizioni ma era parecchio di più
DonMax

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