Recensione su Il gattopardo

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20 Novembre 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Storia opu e corpulenta di un crollo, metonimicamente (?) impersonato dal Principe Salina, di un’epoca e di una classe sociale. Diciamo anche che Terence Hill con la evve moscia ha il suo perché, che la Cardinale gnocca non è, e che Alain Delon è un meraviglioso Tancredi, spaccone simpa; e somiglia a un tipo che mi stava sul ca**o :/
Nella trasposizione filmica del romanzo, Visconti non rinuncia a una insistita letterarietà, che dona un certo artificio sontuoso ai dialoghi, ma non stucca e anzi si intona con lo sfarzo e i modi dell’aristocratica famiglia protagonista. Il principe, e la graziosa famiglia tutta, di lontano assiste allo sbarco dei mille in Sicilia, alla progressiva trasformazione in rapace di Tancredi, che sul finale divien fin quasi fascista, e li asseconda, l’uno e l’altro, in nome di un pragmatismo che lascia da parte gli ideali (eh cara mia, non ci son più gli ideali d’autrefois…) per sposare, letteralmente, quelli borghesi del denaro e del potere. Lo asseconda ma non partecipa, e il ballo finale, estenuante per tutti i protagonisti come estenuata è l’aristocrazia che vi viene rappresentata, è la rinuncia finale alla possibilità di agire ancora da protagonista, in un mondo in cui riconoscersi è per lui impossibile. E quasi ci rimane il principe, al ballo, se non avessi saputo la storia avrei temuto schiattasse da un momento all’altro.
Poi ci sono tutte quelle storielle belle sulla produzione, del tipo che durante la scena del ballo ogni giorno di riprese Visconti faceva accendere migliaia di candele, perché non voleva luce elettrica nel film. E c’è una rappresentazione della Sicilia, esterni e interni, accecante.

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