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Recensione su Venere nera

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Sinus pudoris / 28 ottobre 2011 in Venere nera

Primi anni del diciannovesimo secolo. In un’epoca in cui la televisione o il cinema non avevano ancora cancellato il fascino esotico della Terra, ed in cui la teoria antropologica definiva subumano chiunque non fosse di “razza” caucasica, mettere in mostra esemplari umani insoliti divenne un affare redditizio. Presunti selvaggi di terre lontane erano il pezzo forte di queste esposizioni, e la Venere ottentotta li superava tutti in rinomanza. La popolarità di Saartjie non derivava soltanto dalla sua condizione razziale, ma soprattutto dalla sua notevole steatopigia e da una particolarità (tipica delle donne Khoi-San): il cosiddetto sinus pudoris (sic: latino maccheronico di Linneo), una specie di ipertrofismo delle piccole labbra.
Questa, in sintesi, la descrizione che ne fa Stephen J. Gould nel Sorriso del fenicottero del 1985. Sì, perché il fascino suscitato da Saartjie è rimasto immutato nel tempo, anzi, adesso, dopo l’interessamento di Mandela per ottenerne i resti, è diventata in Sudafrica una eroina nazionale.
Il film, invece, è una ricostruzione molto fedele della storia e Kechiche non indugia per niente nella facile retorica, mettendo in scena una Saartjie molto credibile e affascinante. Davvero rivoltante la violenza degli sguardi, l’ipocrisia degli spettatori, l’arroganza degli scienziati dell’epoca.
Lo “spettacolo” di Saartjie rinchiusa in gabbia, o che balla mettendo in risalto le sue doti naturali, è qualcosa che non può essere dimenticato facilmente.

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