Venere nera

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Venere nera

La vera storia di Saartjie Baartman, una donna Khoi-San costretta ad esibirsi nel Freakshow, di moda agli inizi dell'Ottocento. Rinchiusa in gabbia, ballando in modo stereotipato per mettere in risalto la sua natura animalesca, suscitava l'entusiasmo degli spettatori, meravigliati per le sue doti naturali: una notevole steatopigia e il cosiddetto grembiule degli ottentotti.
lithops ha scritto questa trama

Titolo Originale: Vénus noire
Attori principali: Yahima TorresAndré JacobsElina LöwensohnOlivier GourmetFrançois MarthouretRegia: Abdellatif Kechiche
Sceneggiatura/Autore: Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix
Fotografia: Lubomir Bakchev, Sofian El Fani
Produzione: Francia, Italia
Genere: Drammatico, Storia
Durata: 159 minuti

20 Dicembre 2012 in Venere nera

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Dunque, è la storia di una donna nera portata in Inghilterra da un padrone afrikaaner e fatta esibire come la venere ottentotta davanti al pubblico dei bassifondi di Londra. Siamo a inizio ‘800, l’Africa è lontana e sconosciuta, e la Venere Nera è né più né meno che un’attrazione da circo, in uno spettacolo dove recita il ruolo della bestia selvaggia. Passerà poi sotto un altro padrone, che la porterà a esibirsi a Parigi nei circoli libertini della nobiltà. Nel frattempo un gruppo di professori dell’accademia reale chiede di poterla studiare, ovviamente pagando. Perché sono alla ricerca dei collegamenti tra i negri e le scimmie (sic), e lei ha quello che si definisce il grembiule delle ottentotte. Il grembiule delle ottentotte io non ve lo so spiegare, perché di vagine me ne intendo proprio poco, ma è spiegato in wikinglese qui. Lei è legata ai suoi padroni, si lascia convincere ma non sempre, viene abbandonata, finirà in un bordello, da dove prenderà la sifilide che la ucciderà. Neanche da dire che il suo ultimo padrone prende il suo corpo e CORRE a venderlo all’accademia, dove la sezionano e il suo cervello e i suoi genitali sono messi sotto formaldeide. É questa è la storia vera della venere ottentotta.
Il film è impietoso nel mostrare i corpi e le carni, sia della protagonista sia delle bolge urlanti del pubblico, in una Londra e Parigi che pullulano di persone assetate di spettacoli bizzarri da deridere e in cui i soli valori sono la rapacità e il denaro, l’alcol e il sesso. E questo accade non solo tra il popolino, ma anche ai livelli più alti, nella cerchia degli eminenti professori, che non mostrano verso di lei nessuna umanità, o nei salotti della nobiltà francese decadente. É una società inzuppata di razzismo, e l’accusa più grave sta nel fatto che il razzismo permane anche quando i propositi sono buoni (il progresso della scienza o il processo per non farla più esibire). In un film dove nessuno è davvero buono, la protagonista si muove con la sua stazza, come una bestia al guinzaglio, sia dentro che fuori dallo show. Non cerca redenzione o riscatto, si accontenta di una vita di alcol e umiliazioni perché non può vedere per sé altre alternative; tutte le volte che alza la testa e rifiuta le umiliazioni viene punita sempre più duramente, fino a essere lasciata sola, senza cure, nel letto di morte. Ah che bello l’illuminismo.
Nel 2002 i resti della venere ottentotta furono riportati in Sudafrica.

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Sinus pudoris / 28 Ottobre 2011 in Venere nera

Primi anni del diciannovesimo secolo. In un’epoca in cui la televisione o il cinema non avevano ancora cancellato il fascino esotico della Terra, ed in cui la teoria antropologica definiva subumano chiunque non fosse di “razza” caucasica, mettere in mostra esemplari umani insoliti divenne un affare redditizio. Presunti selvaggi di terre lontane erano il pezzo forte di queste esposizioni, e la Venere ottentotta li superava tutti in rinomanza. La popolarità di Saartjie non derivava soltanto dalla sua condizione razziale, ma soprattutto dalla sua notevole steatopigia e da una particolarità (tipica delle donne Khoi-San): il cosiddetto sinus pudoris (sic: latino maccheronico di Linneo), una specie di ipertrofismo delle piccole labbra.
Questa, in sintesi, la descrizione che ne fa Stephen J. Gould nel Sorriso del fenicottero del 1985. Sì, perché il fascino suscitato da Saartjie è rimasto immutato nel tempo, anzi, adesso, dopo l’interessamento di Mandela per ottenerne i resti, è diventata in Sudafrica una eroina nazionale.
Il film, invece, è una ricostruzione molto fedele della storia e Kechiche non indugia per niente nella facile retorica, mettendo in scena una Saartjie molto credibile e affascinante. Davvero rivoltante la violenza degli sguardi, l’ipocrisia degli spettatori, l’arroganza degli scienziati dell’epoca.
Lo “spettacolo” di Saartjie rinchiusa in gabbia, o che balla mettendo in risalto le sue doti naturali, è qualcosa che non può essere dimenticato facilmente.

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