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Recensione su V Per Vendetta

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30 marzo 2015

Il film è indubbiamente infuso di retorica superomistica: il protagonista, misteriosamente trasformato nel fisico e dotato pertanto di capacità sovrumane, affronta da solo e sconfigge un invincibile apparato poliziesco. Le rivoluzioni, naturalmente, non avvengono così; e non è un caso che il momento più potente del film – che contraddice almeno in parte questa retorica – sia la scena finale, in cui le persone convenute si levano la maschera. Ma è innegabile che il mito del superuomo che guida alla riscossa abbia un suo fascino profondo; l’importante è essere consapevoli che di mito si tratta.
Dove il film eccelle veramente è nella rappresentazione del regime totalitario, che fa leva sulla paura della popolazione per assumere e mantenere il potere; brutale, fondato sulla religione, ostile agli immigrati e ai “diversi”. L’altro grande momento del film – di nuovo, non a caso – è la storia di Valerie.
Eccellente la prova di Hugo Weaving, che riesce a creare un personaggio senza mai mostrare il proprio volto. Ottimo il personaggio di Stephen Rea (anche se ne avrei sottolineato di più l’ambiguità morale). Piuttosto inspiegabile – ma molto fortunata, da un punto di vista meramente grafico – la scelta di un simbolo come Guy Fawkes, che tutto era meno che un combattente per la libertà. Mi permetto infine di dissentire da chi preferisce alla versione cinematografica il fumetto di Alan Moore, una graphic novel visivamente tetra, con personaggi e trama poco credibili.

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