Recensione su Un uomo da marciapiede

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Sesso, losers e una canzone indimenticabile / 28 Febbraio 2016 in Un uomo da marciapiede

Premiato con tre oscar di peso (miglior film, regia e sceneggiatura non originale), Midnight cowboy è un film epocale, una delle pellicole che diedero il là all’esperienza della Nuova Hollywood, che rivoluzionò il cinema americano tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta.
Introducendo il tema del “loser” e mostrando il vero volto della vita nelle metropoli, Un uomo da marciapiede abbandonava i lustrini dell’età classica portando lo spettatore a fare i conti con una visione disincantata dell’America.
I protagonisti sono un gigolò improvvisato – che gira con il suo abito da cowboy, segnando simbolicamente il tramonto dell’epoca dei duri dei film western – e uno storpio che vive di espedienti e abita in un appartamento pericolante, abbandonato in attesa della demolizione.
Due personaggi come loro non si erano ancora visti in una pellicola di Hollywood. Eppure abbondavano per le strade, a dimostrazione di quanto distante dalla realtà fosse il cinema dell’età classica, borghese e asettico.
Il tema del sesso fa ingresso prepotentemente sul grande schermo dopo lo sdoganamento sessantottino: sia per il ruolo del protagonista, che fa l’amore a pagamento (non sempre riuscendoci) con donne dell’alta società newyorkese; sia per il tema dell’omosessualità (lo stesso Joe, nel periodo più difficile del suo soggiorno nella Grande Mela, non può che constatare come gli unici clienti interessati a lui siano quelli del suo stesso sesso); sia per la rappresentazione piuttosto esplicita (per l’epoca) di alcuni incontri sessuali.
Niente di che, viste col metro di oggi, ma allora certe scene fecero scandalo, portando inizialmente (non solo in Italia, dove ciò era la regola, bensì negli stessi Stati Uniti) ad un visto censura sicuramente eccessivo, di quelli che si riservavano ai film pornografici o pseudo-tali.

Jon Voight, al suo primo ruolo da protagonista (discreta la sua prova), è affiancato da un ottimo Dustin Hoffman che dopo Il laureato era lanciatissimo nel panorama degli interpreti americani di nuova generazione.
Lascia perplessi però il suo doppiaggio, non di certo per la voce del grande Ferruccio Amendola, bensì per la scelta dello pseudo-dialetto napoletano che connota la parlata di Rico alias Sozzo (sarebbe stata meglio una mera inflessione).
Indimenticabile la canzone scelta per accompagnare diverse scene del film, la bellissima Everybody’s Talkin’ di Harry Nilsson.
Schlesinger, l’ennesimo regista inglese prestato ad Hollywood, si sbizzarrisce nei flashback in cui Joe ricorda il suo passato segnato da bigottismo e violenze (domestiche e non solo) con ricostruzioni frenetiche segnate da un montaggio ai limiti del subliminale.

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