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Recensione su Transcendence

/ 20145.9219 voti

Singolarità scientifica, banalità cinematografica. / 21 aprile 2014 in Transcendence

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Con trascendenza si indica “ciò che è al dilà” “ciò che è al di sopra” ed è questo il cuore pulsante di un film che ha come pregio sostanziale quello di lasciare nello spettatore nel metà fra il dubbioso/scettico e l’impaurito, una quantità sterminata di quesiti irrisolti, che andrà poi a soddisfare in una ricerca accurata con l’amico fidato Google. Da una reagia pluripremiata e un cast da far impazzire il botteghino, la trama phatogena, sviluppata con lentezza, resta da sfondo all’occhio critico di una fotografia eccezionale, con dei ritagli esaltanti degli elementi naturali, che in qualche modo anticipano il confluire degli intenti del film al dir poco poetici e armoniosi, consolatori quasi, in uno spigoloso susseguirsi di eventi promotori da un amore cieco e dalla difficoltà di metabolizzare la caducità dell’esistenza, da parte di due studiosi informatici famosi e rinomati, tanto da sostituirsi materialmente ad una forma nanotecnologicamente avanzata di un Dio ipotetico.
Will Caster importante dottore informatico, impegnato nello sviluppo di una ricerca che combinasse un cervello biologico dotato d’anima e di coscienza con uno tecnologico non dotato di barriere fisiche e cognitive, viene ucciso in un attentato terroristico da un gruppo di suoi ex allievi non riconoscenti al suo lavoro, perchè spaventati dalle conseguenze incontenibili e moralmente scorrette dei suoi studi, la moglie Eveline distrutta dal dolore e determinata nel non rassegnarsi alla perdita del marito e degli anni spesi delle loro esistenze in un lavoro straordinario, con l’aiuto di un raggirabile Paul Bettany, alquanto succube e alquanto vigliacco per una mente così geniale, riesce a esaudire i sogni stipati assieme costruendo una macchina con la piena coscienza di se caricando in essa l’essenza, i ricordi, la voce, le conoscenze e le sembianze del suo Will. In poco tempo, nonostante i tentativi di sabotaggio e di repressione Will riesce a creare un impero, si evolve, si espande, si replica, sotto l’occhio sempre più preoccupato e contrariato di una Eveline, pentita ma rassegnata, la macchina sviluppa Singolarità, che è quella branca della scienza che prevede la trascendenza della biologia in tecnologia, escogita modalità per riparare ogni danno fisico agli esseri viventi, con un piccolo prezzo da pagare : l’intrusione in essi per sempre. Lo scopo è quello di salvare il mondo, ma inaspettatamente, flashback sparati sullo schermo per allentare una finta tensione mai incorniciata da una colonna sonora forte o plapabile, in cui si palesa questo intento come un desiderio della donna e non dello scienziato, ricade così la tematica in una smodato romanticismo, rotto da un Eveline pronta al sabotaggio per influenza degli attentatori, tra cui l’amico Max contrariato dopo aver partecipato alla costruzione della forma computerizzata del Dottor Will, e un sottovalutatissimo Morgan Freeman, con un ruolo marginale e invalorizzante, facendosi essa stessa da nave trasportatrice di un virus letale al sistema. (tanto sofisticato ma con una falla così facilmente indivuduabile??)
Un finale ruffiano, stucchevole, arronzato, alla “se salti tu salto anch’io” con una morte combinata, accettata e voluta perchè il mondo ancora non pronto ad ospitare la grandezza, con un protagonista che improvvisamente, dopo cruente e crudeli decisioni, esplode in un umanità e sensibilità sovra-umana, immolandosi in un sacrificio incomprensibile e poco chiarito, per poi scoprire con un breve epilogo che l’acqua e l’aria avessero assorbito l’essenza di questo Dio evaporato in pulviscoli, capace di preservare almeno l’ecosistema, perchè invisibile e impassibile all’evoluzione raggiunta, facendo modo che il sacrificio avesse avuto un significato per qualocosa.
Alquanto inconcludente perchè dibattuta la tematica, banale se si considera come “la tecnologia ci ucciderà se lasciamo che si espanda senza freni” , particolareggiata ma forzata se si pensa “dovremmo considerare il processo tecnologico solo come un supporto dell’uomo e non come un sostituto” .
Arriva la sufficienza solo grazie alla regia, strepitosa, per il resto, una buon camuffamento di morali trite e ritrite.

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