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Recensione su Maze Runner - Il labirinto

/ 20146.6328 voti

Un pò di morti random, ma niente sangue. E a me il sangue piace. / 12 ottobre 2014 in Maze Runner - Il labirinto

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✓ Curiosità Il labirinto innevato di Shining era formato in realtà da 900 tonnellate di sale e polistirolo.
✓ Curiosità Il pavimento del corridoio della casa di Sid in Toy Story ha un pattern simile a quello dell’albergo di Shining.
✓ Curiosità Il vestito di raso verde che K. Knightley indossa in Espiazione è stato votato come il più bello della storia del cinema, in un sondaggio del magazine inglese InStyle e di Sky Movies. Ha addirittura surclassato alcuni costumi ritenuti “storici” come l’abito bianco di Marilyn Monroe o il tubino nero Givenchy di Audrey Hepburn.
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✓ Curiosità In una scena del film Marie Antoinette, tra le varie scarpe filmate, compaiono un paio di Converse All Stars, totalmente acronologiche.
✓ Curiosità

~Jennifer Lawrence
~Kirsten Dunst
~Ewan McGregor
~Ellen Page
~Emma Watson
Be~Iconic!

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I Cavalieri dello zodiaco: La leggenda del Grande Tempio https://www.facebook.com/438177629529327/photos/a.916385568375195.1073741847.438177629529327/1019456554734762/?type=1&theater
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Immagini di copertina
► Dragon trainer 2 Casa di produzione: DreamWorks Animation Anno: 2014 Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=kFG2AJe96c0 Trama: Sono ormai cinque anni che draghi e vichinghi convivono pacificamente a Berk, nella più totale sintonia. Ma la serenità di entrambe le specie verrà messa a dura prova dall’ambizione di Drago Bludvist e dal suo spaventoso esercito di draghi. Riparte esattamente da dove l’avevamo lasciata quattro anni fa la storia di questo degnissimo sequel, diretto ancora una volta da Dean DeBlois, ma senza il collega Chris Sanders, che tuttavia rimane presente come produttore. Calcando le orme del primo capitolo, Dragon Trainer 2 non ha saputo proprio deludere le aspettative di chi, come me, lo ha atteso per mesi e mesi, regalando un’ora e quaranta di pura magia (indipendentemente dall’età mentale e/o fisica con cui ci si appresta a vederlo). Uno spettacolo unico. Adrenalinico, avvincente, emozionante… che si avvale di una sceneggiatura solida e matura e di un’animazione da mozzare il fiato, che hanno permesso a Dean DeBlois di trasformare tutti quegli elementi che in Dragon Trainer erano solamente “belli”, in un qualcosa di semplicemente “perfetto”. Andando a creare uno dei film d’animazione più stupefacenti degli ultimi tempi. Un’esperienza da vivere se possibile al cinema, unico luogo che può davvero rendere giustizia a quest’opera colossale, sotto ogni punto di vista (quello visivo in primis). Se questi devono essere i presupposti, non vedo già l’ora di gustarmi il prossimo capitolo, previsto (a quanto pare) per fine 2016.
► Cattivissimo me Casa di produzione: Illumination Entertainment Anno: 2010 Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=rdM2tckLja0 Trama: Per riscattare il suo orgoglio di Cattivo fallito, Gru progetta di rubare la Luna. Per riuscire nel suo intento dovrà servirsi di tre giovani orfanelle che finiranno con lo sconvolgere i suoi malefici piani. Chi sono i veri cattivi? Quelli che si spacciano per tali, come Gru che cerca di far parte della “Setta dei Malvagi”, con le sua schiera infinita di prodezze fallimentari alle spalle, o Vector, giovane nerd fissato con le pistole spara pesci? O chi invece, come Miss Hattie nasconde l’infamia dietro una maschera di falso buonismo? O ancora, la madre di Gru che mai nella vita ha dimostrato al figlio un po’ d’amore? E’ su questo che dovrebbe farci riflettere il celebre Cattivissimo me, a cui è già stato dedicato anche un sequel, grazie alla fortuna riscossa da questo primo film davvero simpatico e tenero. Non che spicchi di genialità, almeno non per chi ha superato ormai i 10 anni, ma si lascia guardare con molto piacere anche grazie all’immane contributo di stupidità dei Minions, nati come personaggi di secondo livello, ma in fin dei conti i veri padroni del film. Un film che scorre con una leggerezza senza pretese, tra banalità prevedibili e una buona animazione che non mancherà di strapparvi un sorriso. Spero solo che impediscano a Max Giusti di prestare la voce a chiunque altro nella vita. Sei un comico, ok? Il doppiatore è senz’altro un ruolo che non ti compete.
► Berserk – L’epoca d’oro – Capitolo I: L’uovo del Re Dominatore Casa di produzione: Studio 4°C Anno: 2012 Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=1s6SdQOlIm4 Trama: Durante un assedio, Griffith (Grifis), capo della celebre Squadra dei Falchi, viene stregato dalle abilità in battaglia e dal temperamento burbero e impulsivo di un mercenario solitario, tanto da volerlo a tutti i costi al proprio servizio. Era il 1989 quando fu pubblicato per la prima volta Berserk e nonostante siano passati ventisei anni da allora, è ancora una serie in corso, incompleta. Per chi come me si è svegliato tardi e non ha mai avuto il piacere o l’onore di leggere quella che probabilmente è una delle storie a fumetti più belle mai create dall’uomo e magari non ha nemmeno intenzione o modo di farlo (anche perché ormai i volumi oltrepassano i 70, perciò diventerebbe un recupero piuttosto impegnativo), può incominciare ad avvicinarsi alla saga interessandosi alla trilogia di film che ricoprono l’arco dell’ “Età dell’oro”, ossia i volumi dal 3 al 13 del fumetto. Già dal primo capitolo, intitolato L’uovo del Re Dominatore, che è una sorta di introduzione a storia e personaggi, si può intuire la maestosità e l’ambizione di questo progetto portato avanti da Toshiyuki Kubooka, che dalle incredibili tavole di Kentaro Miura è riuscito ad estrapolare un lungometraggio assolutamente meraviglioso in ogni sua sfaccettatura, anche grazie al supporto esperto, anche se spesso troppo invadente, dello Studio 4°C. Battaglie dinamiche e avvincenti, si intervallano a discorsi diplomatici e politici, sullo sfondo di una realtà medievaleggiante, tra re, cavalieri, intrighi e guerre. Peccato solo che la cura estrema per disegni e colorazioni, venga spesso profanata da un utilizzo sconsiderato e massiccio della computer grafica, che intacca la fluidità dei movimenti rendendoli macchinosi e patinati, oltre che un bersaglio facile per la critica. Ad ogni modo L’uovo del Re Dominatore è un film eccezionale, che interessa e cattura lo spettatore sia durante la scarica d’adrenalina data dalle battaglie, che sotto il punto di vista più umano, durante gli inevitabili raffronti/scontri fra Guts e Griffith, in cui spiccano le diversità fra i due protagonisti, sottolineando l’animo feroce e brutale del primo, un mercenario senza scopo alcuno nella vita, se non quello di sfogare la propria rabbia esplosiva sul campo di battaglia, rispetto all’altro ben più elegante e ragionevole, molto più vicino per estetica e diplomazia ad un nobile, che ad un “miserabile” mercenario. Gioite gente! Una recente intervista ha rivelato che ci sarà anche un quarto film, per raccontare le gesta del “guerriero nero” narrate nel manga all’interno dei capitoli “Lost Children”.
► Animatrix Casa di produzione: Warner Bros. & Madhouse Anno: 2003 Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=Jx_jlOb5sbw Trama: Una raccolta di nove cortometraggi animati svela retroscena e nuove storie collegati all’universo Matrix, creato nel lontano 1999 dai fratelli Wachowski. Computer grafica e animazione giapponese si fondono per realizzare i nove cortometraggi che compongono Animatrix, diretti dagli stessi Wachowski e da alcuni tra i più grandi registi di anime, come Shinichirō Watanabe (Cowboy Bebop, I cieli di Escaflowne) e Mahiro Maeda (Kill Bill vol. 1 / Le origini di O-Ren, Neon Genesis Evangelion). Nove corti di durata e stile volutamente diversi narrano storie indipendenti le une dalle altre, spin-off potremmo definirli, tutti collegati all’atroce universo Matrix. Quella realtà profetica in cui l’uomo è stato annientato dalle macchine che lui stesso ha creato, riducendosi ad un feto inerme che crede di vivere grazie a un’illusione creata appositamente per lui. Grazie a Matrix, appunto. E dove della Terra non è rimasto che un cumulo di macerie fumanti, avvolta da una fitta nube grigiastra e mortale. Che si è cibata del chiarore dei cieli. Di ogni essere vivente. E di ogni speranza per il futuro. Animatrix è un progetto godibile, ricco di azione, angoscia e contenuti violenti, che vanno a chiarire alcuni dubbi sulla saga a cui fanno riferimento e che meriterebbe di essere visto anche solo per lo stile praticamente perfetto, in tutte le sue sfumature, con cui è stato realizzato.
► Wolf children Casa di produzione: Studio Chizu, Madhouse Anno: 2012 Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=ri0AG_2nEvU Trama: E’ sempre dura crescere dei figli. Ma lo è ancora di più se in loro scorre anche sangue di lupo. Dopo “La ragazza che saltava nel tempo” e “Summer Wars”, Mamoru Hosoda si arma di un soggetto auto redatto per raccontare una storia incantevole, dimostrando finalmente di essere un grande regista, cosa che con i film precedenti non gli è proprio riuscita. Una storia che affonda le sue origini in un amore giovanile, che si è trasformato in quello di una vita. Quello che si incontra solo una volta e che poi è per sempre. Un amore pieno di gioia e pienezza nel viverlo e che in due piccole e nuove creature ha trovato il massimo della sua espressione. Un legame che già dal principio ha saputo dimostrarsi forte e indissolubile, superando le diversità genetiche, i segreti e gli ostacoli indotti dalla società. Ma è sulla difficile crescita dei due bambini lupo, nati da questo amore incontrastabile, che è incentrata tutta la carica emotiva di Wolf children. Due vite curate dall’amore devoto di una madre che ha saputo come proteggerli e crescerli come si deve, nonostante le avversità del quotidiano e quel segreto da difendere. Due evoluzioni difficili, in continua indecisione tra l’esprimere o il reprimere quella parte di codice genetico lasciatogli in eredità dal padre. Ma che con il passare del tempo hanno saputo modellare una propria personalità, scegliendo chi essere. Se esseri umani o esseri lupi. E’ nel raccontare con così tanta emozione e poesia la complessità dell’evolvere, di crescere, dello svilupparsi di individui autonomi e coscienti, che Wolf children dimostra la sua grandiosità. Che alimentata da un’estetica incantevole, fa più volte vacillare quella lacrima sempre incerta sullo scendere o meno.
AniMANIACS 2.0

► Amour Regia: Michael Haneke Anno: 2012 Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=zSQmUSk1Q5U Trama: Una coppia di ottantenni, ex insegnanti di musica, sembra trascorrere la vita serenamente. Tutto fino a quando un ictus non colpirà Anne, consumandone giorno dopo giorno corpo e dignità. Ci sono film che fanno male. E ci sono film che invece scaldano il cuore. E poi c’è Amour. Che riesce in tutte e due le cose. E’ lo stesso Haneke (già regista di Funny Games) a scrivere e dirigere con la stessa maestria di sempre, una storia d’amore che va oltre tutto ciò che è stato visto finora. Che si arma dei punti morti, del lento scorrere della quotidianità logorante e monotona per raccontare l’Amore. E’ nel realismo più estremo che Amour risulta originale. Nel suo raccontare uno spaccato di realtà veritiera, possibile e dolorosa. Distante dagli artifici di cui spesso gode il cinema d’oggi. Spesso fautore di sogni. D’illusione. Ma Amour no. E’ verità. E l’incarnazione di un sentimento su cui l’uomo ha fantasticato da sempre. L’amore eterno. Sono attori pieni di rughe a calcare il set, non c’è spazio in Amour per amori giovani, passionali e vivaci. Haneke vuole raccontare di un altro tipo di sentimento. Quello rimasto fedele nel tempo alla promessa fatta sull’altare quando si era poco più che ragazzi. In quelle vecchie foto in bianco e nero. Probabilmente un amore che solo chi ha trascorso la vita insieme può comprendere. Chi ha affrontato ogni tipo di difficoltà sempre al fianco della stessa persona, giorno dopo giorno, problema dopo problema. Un po’ come i miei nonni. E come gli stessi Anne e Georges, meravigliosamente anziani e innamorati. Non è la nostalgia dei tempi andati il punto focale di Amour, ma la forza di un sentimento ancora vivo nel presente. Dopo anni e anni di convivenza. Un sentimento messo a dura prova dalla malattia. Un male degenerativo che porterà sempre più vicina Anne all’essere un corpo inerme. Privo di coscienza. Ma è nella disgrazia, che l’Amore può risultare l’unica vittoria. Una consolazione. Un motivo per andare avanti. Partendo da una sceneggiatura semi-banale, M. Haneke è riuscito a tirar fuori un grande film. Ricco di emozioni, di tatto. Un insegnamento nell’essere fedeli sempre, nella buona e nella cattiva sorte… finchè morte non vi separi. Voto: 7.5
► 12 anni schiavo Regia: Steve McQueen Anno: 2013 Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=8PQYQ_Cfz0U Trama: New York, 1841. Solomon Northup è un violinista nero nato libero che con l’inganno viene rapito e venduto come schiavo. E’ stata dura assistere a questo film senza farsi sopraffare dai sentimenti. Dalla rabbia, dall’indignazione… dalla tristezza. Steve McQueen al suo terzo lungometraggio, dopo Hunger e Shame, è riuscito a trasformare un “semplice” biopic sulla schiavitù negriera, in una vera bomba emozionale che gli è valsa la candidatura a 9 Premi Oscar. La regia pulita e professionale del regista classe ’69, si arma della migliore ricostruzione storica per raccontare tutta la sofferenza, l’ingiustizia e la disumanità dello schiavismo negriero vissute attraverso Salom Northop (1808 – 1863) e descritte nella sua autobiografia uscita nel 1853. Un personaggio forte e determinato che nonostante le avversità, non si è piegato alla disperazione. Un uomo vittima di uno sfruttamento bieco e disgustoso da parte dei bianchi, interpretato magistralmente da un Chiwetel Ejiofor sempre all’altezza del suo ruolo da protagonista. Che con i suoi occhi perennemente lucidi e fieri, riesce a coinvolgere e far trasudare ogni fotogramma di tragedia e angoscia. Di morte preannunciata. Crudo, straziante e dai contenuti forti, 12 anni schiavo sa come sottolineare la mostruosità di questo spaccato di storia umana. Dove non c’è onore né virtù. Nemmeno se il nome di Dio è onnipresente e deturpato, specialmente dall’Edwin Epps di Michael Fassbender (in una delle sue interpretazioni migliori), proprietario terriero sadico e tiranno, che a suo modo potrebbe ricordare il personaggio dandy di Leonardo Di Caprio (Calvin J. Candie) in “Django unchained”. Un film emotivamente potentissimo ma dal retrogusto dozzinale&acchiappa Oscar, che infatti è riuscito ad arruffianarsi il pubblico e la giuria dei prossimi Academy Award, merito anche del prezioso contributo della colonna sonora di Hans Zimmer Ma che nonostante questo non reputerei un capolavoro, nè tantomeno un film che rivedrei nei prossimi dieci anni.
► 9 Songs Regia: Michael Winterbottom Anno: 2004 Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=N1HWcofsxJk Trama: Durante un concerto dei Black Rebel Motorcycle Club a Londra, Lisa incontra Matt. O Matt incontra Lisa (dipende dai punti di vista), finendo a letto insieme. Quello sarà l’inizio della loro relazione, fatta di sesso… e poco altro. Poco più di un amatoriale preso da YouPorn e decisamente distante da rientrare nella categoria “film”. Questo è 9 Songs, una pellicola che ha smosso non poche critiche per il suo alto contenuto di erotismo non simulato, che spesso sfocia in pura pornografia (gli attori non fingono di fare sesso e quella che vedrete è un’eiaculazione vera, non è maionese). Della serie “facciamo un film porno, ma uno di quelli con la trama” e già che ci siamo, una buona fotografia, giusto per accontentare i finti-esperti di cinema… e i maniaci sagaioli. 9 Songs parla di un Lui e di una Lei (ma neanche tanto) e della loro relazione per lo più sessuale. Lui, Matt, è un inglese. E quindi è giustamente brutto (ma dotato). Mentre lei, Lisa, è carina e americana, ma ha dei capelli assurdi e una ninfomania incontenibile. I produttori di questo film saranno stati lieti di non spendere troppo in costumi (quasi inesistenti) e in cast, visto che a parte loro due, non c’è praticamente nessun altro. Le 9 canzoni del titolo, si riferiscono a nove concerti che scandiscono il film, in cui compaiono band come Franz Ferdinand o i The Dandy Warhols. Che senso ha? Non ne ho idea. Ma i Franz Ferdinand mi piacciono. Dire a questo film che sia brutto ed inutile, sarebbe fargli un complimento. Chi sa, se magari fosse stato ingaggiato uno sceneggiatore, il risultato sarebbe stato diverso… per il momento resto dell’idea di aver buttato via un’ora della mia vita.
► 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni Regia: Cristian Mungiu Anno: 2007 Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=K1w4xxQeBqE Trama: Romania, 1987. Poco prima della caduta del regime comunista di Ceausescu, una studentessa universitaria scopre di essere incinta. Con l’aiuto della sua compagna di stanza e di un medico con pochi scrupoli, Gabita tenterà di abortire in un paese dove l’aborto è considerato reato. Argomento delicato e controverso quello sviluppato da Cristian Mungiu nel suo 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni vincitore della Palma d’oro come miglior film al 60º Festival di Cannes, dove si parla d’aborto. Della pratica dell’aborto in un paese in cui è considerato illegale e dove la Donna è costretta a soffocare il dolore e a piegarsi a compromessi abominevoli pur di raggiungere lo scopo. Una narrazione spietata, cruda e realistica che inscena al meglio la disperazione di due donne, contemporaneamente vittime e carnefici di questa pratica, che finirà con lo sconvolgere direttamente entrambe, andando a scavare intimamente nelle loro anime. Lunghe sequenze e la totale assenza di accompagnamenti musicali, arricchiscono il senso di angoscia e frustrazione già viva in ogni scena, alimentando il malessere dello spettatore che, volente o nolente, finirà coinvolto nella disgrazia che ha colpito Gabita e Otilia, forse troppo giovani per sopportare singolarmente un tale peso. Nonostante non sia un capolavoro di intrattenimento, 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni riesce comunque a trasmettere tutto il suo vortice di tenacia e disperazione grazie allo sconsiderato uso di una regia con la stessa delicatezza e coinvolgimento emotivo che avrebbe un medico legale ad un passo dalla pensione. E alla scelta (intelligente) del regista di evitare giudizi in merito.
► Gone girl – L’amore bugiardo Regia: David Fincher Anno: 2014 Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=Ax3ptN5ZtUw§ Trama: Nel giorno del quinto anniversario di matrimonio, la bella moglie di Nick Dunne scompare misteriosamente dalla loro abitazione in Missuri senza lasciare traccia. Sin da subito i sospetti si concentrano proprio sul marito, visto che ogni prova sembra essere contro di lui. Ormai si può dire senza indugi che il thriller sia il cavallo di battaglia di David Fincher che, dopo (capo)lavori come Se7en, Zodiac o Millennium, torna a stupire, portando sul grande schermo Gone girl (L’amore bugiardo), adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2012, scritto da Gillian Flynn (che nel film cura la sceneggiatura) ed interpretato da Ben Affleck e dalla bellissima ed etera Rosamund Pike, in uno dei suoi ruoli più importanti. Utilizzando la “semplice scusa” di una moglie scomparsa, Gone girl si eleva dai canoni del genere, per addentrarsi con ambiguità e frenesia nei meandri della cultura mediatica americana e lungo le profonde e oscure crepe di un matrimonio in apparenza idilliaco e impeccabile, sviscerandone meccanismi e lati oscuri, dissacrando ogni convinzione e credo, distruggendo il muro di bugie e teatralità che affligge il vincolo del matrimonio. Solo al pari del Revolutionary Road di Sam Mendes, David Fincher riesce nell’intento di smascherare la coppia perfetta, felice e solida dell’America contemporanea, sollevando gli inganni e gli orrori nascosti dietro quelle fedi al dito. L’intreccio narrativo è semplicemente perfetto. Parallelamente allo svolgimento delle indagini per ritrovare “mitica Amy”, Gone girl si sviluppa seguendo un’escalation di tensione e mistero sempre più fitto e asfissiante che alimenta nello spettatore una voglia quasi maniacale di scoprire la verità. Quella che si nasconde dietro la reale identità dei due coniugi Dunne, entrambi ben lontani dal concetto di perfezione. Tramite l’arte dell’inganno e una forte dose di colpi di scena, ancora una volta David Fincher riesce ad incantare il pubblico, mostrando tra le altre cose, la vacuità e l’instabilità dei sentimenti, anche dell’amore più solido e puro, che in qualsiasi momento potrebbe ribaltare le carte per trasformarsi nel peggiore degli incubi. Mistero, paranoia, maniacalità e manipolazione sono i concetti cardine del film, gli stessi che faranno vacillare di minuto in minuto il giudizio dello spettatore su Nick e Amy Dunne, fino al raggiungimento dei titoli di coda… che sono certa vi faranno rabbrividire.
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12 ottobre 2014 · Modificato · ·

► Maze Runner – Il labirinto
Regia: Wes Ball
Anno: 2014
Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=OW79z3Za0HI

Trama: Quando Thomas si risveglia, confuso, disorientato e con la memoria azzerata, il gruppo di ragazzi che lo soccorre gli spiega che come loro è stato intrappolato nella radura, un luogo sicuro circondato da un labirinto immenso e pericoloso, da cui è impossibile fuggire. Ma il coraggio e la voglia di scoprire chi li ha imprigionati e perché, permetterà a Thomas di andare oltre i limiti e affrontare il pericolo in onore della libertà.

Ormai il cinema non sa più cosa raccontare e sempre più spesso punta a questa tipologia di prodotto per l’incasso garantito. Certo, di film di qualità ce ne sono ancora, ma quanti risaltano davvero per originalità e sperimentazione, nel mare delle produzioni degli ultimi anni? Sempre meno, 1 film su 20, forse. O forse sono semplicemente io che mi scelgo sempre le cose più sbagliate da vedere.

In ogni caso Maze Runner – Il labirinto, primo film della saga basata sui recenti romanzi di James Dashner, è sempre il solito film. Non saprei definirlo in altri modi. Non che ci si aspettasse molto da un plot del genere, ma la speranza di un futuro migliore per la fantascienza moderna non smette mai di spegnersi (in me).
Il lavoro di Wes Ball non riesce nemmeno nell’unico intento a cui punta solitamente una pellicola del genere: il mero intrattenimento, allo spegnere il cervello per un paio d’ore per immergersi in una storia che non lascia niente.
Se la prima parte poteva suscitare un minimo di interesse, solleticando la vena mistery con l’introduzione della radura, della società autoctona che ha imparato a vivere e a convivere in quel mondo sconosciuto, del labirinto e dei suoi pericoli, il secondo tempo del film scade in un patetismo dilagante che è duro da reggere e sopportare.

Posso capire che ormai sia difficile sfondare il muro del “già visto”, ma non posso accettare che film di questo tipo, ‘sti fantomatici blockbuster adolescenziali, siano fatti tutti con lo stesso stampo. Soprattutto per quanto riguarda i personaggi, i protagonisti in primis. I soliti fighetti “prescelti” senza motivo, nelle cui vene scorre l’eroismo e il coraggio, spesso sfociante in pazzia illogica, al posto del sangue. I leader preannunciati che da ultimi arrivati si trasformano in capogruppo. Cosa ha di diverso Thomas da Katniss Everdeen? Mah, forse solo le tette. Nient’altro. E tutti gli altri personaggi? O non servono a un ca**o o infarciscono il film con un paio di morti brutte e scontate a cui segue un piagnisteo infinito.

Non vorrei dire che Maze Runner sia un pessimo film, perché credo che avesse a disposizione una storia ben più interessante da raccontare, ma il piattume con cui viene trasposta su pellicola è veramente priva di coinvolgimento e a tratti risulta persino imbarazzante. Sembra di trovarsi in un contesto alla Hunger Games, con tanto di telecamere alla The Truman Show e con una manciata di mostri, un po’ macchine, un po’ organici, stile Alien.
C’è un po’ di tutto in Maze Runner – Il labirinto, anche tutta la tiritela sull’amicizia e sull’affrontare l’ignoto, peccato che i temi vengano affrontati con una superficialità che non contribuisce di certo ad impreziosire una pellicola già scontata di suo.
Il finale aperto ovviamente introduce già il secondo capitolo, “La fuga”, che vedrò, giusto per capire dove andrà a parare questa ennesima saga-cagata.

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