Recensione su The Elephant Man

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Piacere Proibito / 11 marzo 2013 in The Elephant Man

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

“The elephant man”, film biografico diretto da David Lynch, è sicuramente il mio Piacere Proibito. È la mia torta sacher ipercalorica, che nelle giornate piovose e terribilmente monotone mi mette qualche chilo di dolcezza e libidine in corpo.
È stato il terzo film in bianco e nero che ho visto (dopo “Tempi moderni” e “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin) essendo una principiante cinefila alle prime armi, ed è tuttora l’unico, anche tra le smaccate cinematografie piene di glucosio e con un pizzico di dramma, che mi fa gocciolare le ghiandole lacrimali dall’inizio alla fine ogni volta che lo guardo.
Questa pellicola è per me un cult non solo perché ha saputo sinceramente commuovermi, ma soprattutto perché mi ha rapito l‘anima; le sue tematiche sono così attuali che tutto il mondo dovrebbe conoscere la storia di quest’uomo, Joseph Merrick (nel film erroneamente chiamato John), realmente esistito e vissuto tra il 1862 e il 1890.
Sicuramente a tutti si riempirebbe di tenerezza il cuore nel vedere come un uomo dal corpo tanto sfigurato da sembrare un elefante, grazie alla sua tenacia e forza d‘animo, ha combattuto i pregiudizi della gente, di coloro che lo vedevano solo come un fenomeno da baraccone, sostenendo con fermezza queste parole: “Io non sono un elefante! Io non sono un animale! Io sono un essere umano! Io sono un uomo!”. Ma è ancora più forte il messaggio che personaggi come il dottor Treves (interpretato da un giovane Anthony Hopkins) trasmettono: bisogna essere capaci di superare il muro dell’apparenza, andare oltre ciò che si vede con gli occhi, scoprendo che sotto una dura e orripilante corazza c’è molto spesso una persona che soffre e che ha bisogno di sostegno e di affetto.
Passando a considerazioni tecniche, trucco e colonna sonora non sono affatto da sottovalutare: perfezionato direttamente da calchi prelevati dal vero corpo di Joseph Merrick, conservato nel museo del Royal London Hospital, il trucco deve fare invidia a parecchi film attuali che, pur avendo a disposizione mezzi e/o tecnologie di ultima generazione, sfornano personaggi quasi fantascientifici e altresì inverosimili (mi balzano alla mente gli inconcepibili volti invecchiati di Leonardo di Caprio e Armie Hammer in “J.Edgar”).
Non meno importante il soundtrack di John Morris che con un tripudio di flauti, violini e xilofoni dona alla pellicola una delicatezza e una raffinatezza impareggiabili.
Ma sebbene il film non abbia conquistato grandi risultati, ricevendo solo delle nomination alla cerimonia di premiazione degli Oscar del 1981, posso nuovamente affermare che ha conquistato il mio cuore aggiudicandosi un posto d’élite nella mia (per ora esigua) compilation dei “film da non dimenticare”.

Cardani Diana

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