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Recensione su Snowpiercer

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7 luglio 2014

Il debutto cinematografico in lingua inglese del regista Bong Joon-ho, con Snowpiercer, così come per il collega ed amico Park Chan-wook, con Stoker, lascia un po’ perplessi, in quanto costruito in base ad uno schema tipicamente hollywoodiano, che se da un lato riesce ad attrarre un più vasto pubblico, dall’altro tende poco a diversificarsi da quel filone di fantascienza post-apocalittica, ormai in voga nell’ambiente.
Tale scelta, voluta fortemente dal regista sudcoreano, nasce dall’intento di voler adattare una serie di fumetti creando attorno ad essa un’aura di multietnicità, per rendere più viva l’immagine di uno specchio di mondo ritratto in un treno. E così ci ritroviamo catapultati in uno squarcio di esistenza, dove invece di classi, vi sono vagoni ”sociali” ( tra l’altro non tipicamente dettati da un’evoluzione darwiniana) , che ne riflettono la struttura gerarchica. Un treno, simbolo della mobilità dell’uomo, che rappresenta una sorta di arca di noè moderna, nella quale purtroppo coabitano tutti quegli atteggiamenti che rendono tali gli esseri umani.
Purtroppo l’angoscia che dovrebbe trasparire da una condizione nella quale la sopravvivenza è affidata a mere speranze, e a latenti dosi di coraggio, è qui incarnata con uno spirito freddo quanto il ghiaccio che tiene prigioniero il mondo. E di conseguenza non vi è quel forte impatto emotivo che invece dovrebbe scaturire dalla visione di tali scene, pur restando ottime fonti di intrattenimento.

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