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Recensione su Snowpiercer

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10 maggio 2014

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Il film coreano più costoso della storia (è un grande paese!), con attori di un po’ dovunque, perché vogliamo farlo vedere un po’ dovunque ma anche perché l’umanità viene un po’ da dovunque, e questi film dove tutti hanno gli occhi a mandorla a ovest spaventano un poco – e poi oh, non si riconosce un personaggio dall’altro, so’tutti uguali.
C’è questo treno-sistema sociale, tipo un ferro da stiro lanciato a velocità how crazy e che distrugge i blocchi ghiacciati di neve davanti a sé (il dinamismo, e il treno, ricordano un po’ A trenta secondi dalla fine). E fa il giro del mondo, uno all’anno, senza fermarsi mai; perché nel prologo per colpa delle scie chimiche (remember: gombloddo!) è partita una glaciazione che ha ucciso tutta l’umanità tranne quella rimasta sul treno. I povirazzi che non hanno pagato stanno nelle carrozze in fondo (non avevi i dollah? Ti attacchi!), in condizioni migliori degli ebrei in gita ai campi ma non troppo. Man mano che si fa avanti si percorre una vera scala sociale, però spiattellata in linea retta e orizzontale, fino alla locomotiva, dove questa specie di demiurgo, Wilford, che ha costruito il treno, cura il cuore dell’intero organismo di metallo. Va da sé, giustamente, che i povirazzi in fondo non siano tanto contenti, e preparano ricorrenti rivoluzioni per avanzare di poche carrozze. Curtis ne è alla guida, insieme a un tipo coreano che c’era in Sympathy for Mr Vengeance (boh, per me può bastare, chiusa lì), alla di lui figlia et al. Incontrando acquari, scuole dove maestrine anni 50 si esercitano nell’antica arte del brain-washing, ma poi tirano fuori un mitra, discopub, saune, decadenza e drogati. Il Wilford che Curtis trova in testa al treno è una specie di verboso principe-filosofo di machiavellica impostazione, destinato ad esser giustamente scardinato dai binari insieme a tutto il resto.
I combattimenti, le armi, gli amori, tutto è determinato dalla dislocazione spaziale di un treno, che non è proprio come stare al parco (ma nemmeno trenitalia), e le conseguenti registiche scelte si ripercuotono felicemente assai sulla trama; la quale va detto, ad onor del vero, presenta in superficie alcuni milioni di incongruenze. Che ho calpestato a piè pari, eccheccazzo, è tratto da un fumetto (no, si dice graphic novel U_U puah) e non per niente il buio degli anfratti del treno e il bianco compatto dell’ambiente esterno sono la dicotomia (cromatica, ma anche valoriale, in un continuo incrociarsi delle posizioni: es. il nero viene dal fondo treno, questi rivoluzionari sono sporchi e lerci, ma buoni) che costantemente si ripropone. Il finale ad esempio è di nuovo nel bianco, della neve intorno al treno deragliato, e lì è bianco speranza. Menzione doverosa per Tilda Swinton, che ormai fa qualsiasi cosa e qui è assurdamente automatica e timburtoniana. Prossimamente sarà Batman.
Ricordiamo che sui FrecciaRossa anche la business e l’executive class a volte stanno in testa ma a volte stanno anche in fondo, e con questo ho detto tutto ed ho detto niente U_U

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