Recensione su Sátántangó

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20 Aprile 2013

Sátántangó è un’epopea visiva, un’esperienza mentale davvero notevole.
Sette ore di puro ermetismo cinematografico, senza che neppure un fotogramma sembri di troppo.
Basta questo a definirlo.
Eh sì, perché sette ore di film in bianco e nero, in lingua ungherese con sottotitoli in italiano (e ancora grazie) e con non più di 150 inquadrature totali (una media di tre minuti l’una, giusto per intenderci), può sembrare una follia, di primo acchito, anche a chi nella vita ha provato di tutto (cinematograficamente parlando), a partire dai kolossal del muto da tre ore e passa.
E invece bisogna provare, per capire quanto un film di questa fattura possa regalare.
Sátántangó è un’esperienza intellettuale unica nel suo genere.

Oltre alla sua connotazione di immane folgorazione estetica, il film ha anche importanti elementi contenutistici: l’abbrutimento dei membri della fattoria collettiva, la loro decadenza spirituale e corporale è l’emblema della fine di un’epoca. Il senso di inutile attesa degli eventi è simbolo di un avvenire incerto e spaventevole.
Lo stile di Tarr si manifesta fin dall’incipit: lunghissimi piani sequenza, parecchi dei quali della durata limite di circa dieci minuti, come quello iniziale, memorabile, che presenta la fattoria o quello (doppio) del ballo nella locanda, o ancora le lunghe, silenziose camminate riprese di spalle (meravigliosa la prima di Irimiás e Petrina con il vento che spazza incessantemente la strada all’avanzare dei due).
Ma anche la carrellata in avanti sul finire del secondo capitolo è davvero strepitosa. Peccato però sia seguita a stretto giro da una con vista laterale non altrettanto efficace.
In film come questi la fotografia vale quasi quanto la regia, e quella di Gabor Medvigy é davvero di ottimo livello per quasi tutte le sette ore.
I due capitoli con protagonista il Dottore (il grande Peter Berling, che ha girato anche con Herzog e con diversi registi italiani) sono due autentici piccoli capolavori di minimalismo (il primo più del secondo). È negli episodi con protagonista il Dottore che l’estasi, la trance visiva raggiunge picchi da paralisi dei sensi.
La scena del ballo, anch’essa assolutamente memorabile, rappresenta la trasposizione dalla pittura alla settima arte de “La nave dei folli” di Hieronymus Bosch.
Le musiche dozzinali di Mihály Vig (che interpreta anche Irimiás), sia quelle per organo che quelle per fisarmonica, sono davvero efficaci in quanto perfettamente adagiate sullo stile della pellicola.
La parlata ungherese, così suadente (chi l’avrebbe detto?), dona poi ulteriore musicalità e armonia.

14 commenti

  1. lithops / 20 Aprile 2013

    Diavolo, ci sei riuscito! Io ci proverò. Il martellamento alla fine qualche risultato lo porta a casa. Però, un altro 10, e che sarà mai questo film?

  2. hartman / 20 Aprile 2013

    Guardalo e lo scoprirai da te, @bombus
    Il 10 lo merita tutto, é davvero notevole..
    Poi tu secondo me apprezzerai.. Mentre non so se lo consiglierei a un fan di Tarantino:)
    Diavolo d’uno yorick, aveva ragione..
    Non é che si può fargli avere la grazia come si faceva alla nomina di un nuovo re (oggi siamo in clima)..??

  3. lithops / 20 Aprile 2013

    Già, senza yorick tutto è diventato un po’ sciapo, insipido, senza sapore. Sì, una grazia si dovrebbe, potrebbe concedergliela. Diavolo d’uno yorick!

  4. Notta / 20 Aprile 2013

    Io lo cerco da secoli,volevo che fosse il mio “Tàrrsverginante” ma non lo trovo neanche a pagarlo oro. E dopo aver visto l’equino della capitale piemontese la voglia aumenta.

  5. hartman / 20 Aprile 2013

    Il dvd é distribuito da “eye division” e su amazon si trova! Poi per altri canali non so..
    The Turin horse sará il prossimo per me.. Quello dovrebbe uscire a maggio in dvd..

  6. yorick / 27 Aprile 2013

    @hartman, @bombus
    Ma non sapete che è maleducato parlare di Tarr in mia assenza? 😛

  7. yorick / 27 Aprile 2013

    Comunque, @hartman, gran bella recensione, anche non sono totalmente d’accordo su quel finale d’epoca. Secondo me, è un finale e basta, un finale che ha tutto di umano e non è circostanziato a un’epoca o a un determinato ambiente. Questo è sicuramente più palese in A torinói ló, ma anche qui, per il fatto che si parli di esseri umani più che di veri e propri individui, il finale del film sembra preludere a qualcosa di universale.

  8. hartman / 27 Aprile 2013

    Welcome back @yorick.. Ebbene sì, ci siam messi a parlare di Tarr proprio quando te ne eri “andato”.. però la colpa é tua :), il nostro tempismo é insospettabile…
    Ad ogni modo su Tarr sei tu l’esperto e in effetti forse dici bene quando affermi che é un finale e basta.. Si avverte il senso di fine, io nel parlare di fine di un’epoca mi son probabilmente fatto influenzare dal contesto post-comunista.. Magari coglierò meglio questo aspetto quando avrò allargato la mia conoscenza tarriana quanto meno a The Turin horse (che, per inciso, avviso ai naviganti, esce il 7 maggio in dvd)..

    • yorick / 27 Aprile 2013

      @hartman, pensa che ho iniziato a scrivere seriamente su “Satantango” solamente dopo aver visto che anche un altro utente (tu, -.-) ne aveva scritto a proposito, e naturalmente era una cosa inammissibile, così ho modificato la mia rece e scritto qualcosa di più, diciamo corposo/obiettivo a partire dalla tua, perché è vero che il contesto post-comunista è influente nel film di Tarr, e soprattutto nell’intera filmografia pre-Satantango, ma appunto Satantango segna uno spartiacque: nei film precedenti, la fine era dovuta a un determinato sistema politico, a una società caratteristica &cc., nei film che seguono, invece, la fine è propria di tutti gli esseri: che siano uomini, cavalli o sole.

      • yorick / 27 Aprile 2013

        e, appunto, in Satantango più che mai si mostra che la fine dell’umanità è qualcosa di politico. Ma politico non perché colpa di un determinato regime &cc., ma perché, fondamentalmente, la fine del mondo è così anarchica da sconvolgere le gerarchie vigenti, le istituzioni date per scontate &cc.

  9. hartman / 27 Aprile 2013

    Urka @yorick!! ho visto che hai scritto qualcosa di più… “corposo”…
    Domani lo leggerò con piacere..
    Poi mi devi spiegare un giorno da cosa scaturisce la magia dei due episodi del dottore, che mi hanno a dir poco rapito ma non riesco a capir bene il perché..

    • yorick / 27 Aprile 2013

      @hartman, orpo, gli episodi del dottore sono straordinari, credo che siano i picchi dell’arte di Tarr assieme a qualche altra scena, ma onestamente non c’ho mai riflettuto molto: ogni volta che rivedo Satantango, i momenti del dottore li trovo di un solluchero estetico che, in pieno, mi azzerano la mente. D’altra parte, però, credo che il dottore sia la figura tragica dell’intero Satantango, quello che ha davvero coscienza di ciò che sta succedendo, la Cassandra che predice la catastrofe, l’ultimo di un’epoca o, meglio, l’ultimo uomo: è sicuramente un aspetto da approfondire, però.

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