Sátántangó

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Sátántangó

Di oltre sette ore, il film tratta di una fattoria della puzsta ungherese in collasso dopo la caduta del regime comunista, dove si sentono campane suonare senza che nessuno sappia chi sia a suonarle. Qui fa ritorno Irimias, imbrioglione che, sparito anni addietro, è tornato al villaggio per convincere - su ordine della polizia - le persone del luogo a lasciare quelle terre e ad affidare a lui i loro risparmi per la costruzione di una comunità dalle forti tinte utopistiche. Basato sul romanzo di Krasznahorkai.
Anonimo ha scritto questa trama

Titolo Originale: Sátántangó
Attori principali: Mihály VígPutyi HorváthMiklós Székely B.Erika BókLászló feLugossyAlfréd Járai, János Derzsi, Irén Szajki, Éva Almássy Albert, Erzsébet Gaál, Peter Berling, György Barkó, Zoltán Kamondi, Barna Mihók, Péter Dobai, András Bodnár, Ica Bojár, István Juhász, Ferenc Kállai, Gyula Pauer, Mihály Kormos, Ernõ Mihályi, András Fekete, Andor Simai, Katalin Krizsánné Kovács, Vilmosné Pataki, Mária Borbély, Kati Makrányi, Zsuzsa Fodor, Beatrix Jeszensky, Rita Deák Varga, Frigyes Hollósi, Ágnes Kamondy, Kína Vetõ, Mia Santamaria, József Kresinka, Mihály Ráday
Regia: Béla Tarr
Sceneggiatura/Autore: Béla Tarr, László Krasznahorkai
Colonna sonora: Mihály Víg
Fotografia: Gábor Medvigy
Costumi: János Breckl, Gyula Pauer
Produttore: Joachim von Vietinghoff, Ruth Waldburger, György Fehér
Produzione: Germania, Ungheria, Svizzera
Genere: Drammatico
Durata: 432 minuti

Tutto e niente / 16 Marzo 2014 in Sátántangó

“..non che la vita umana abbia un così grande valore. Il mantenimento dell’ordine sembra essere affare delle autorità, ma in realtà è affare di tutti. Ordine. La libertà, al contrario, quella, non ha nulla di umano. E’ una cosa divina, e le nostre vite sono troppo brevi per poterlo comprendere adeguatamente. Se cercate un legame, pensate a Pericle. Ordine e libertà sono legate dalla passione. Si deve credere in entrambe e si soffre per entrambe. Per l’ordine e per la libertà. Ma la vita umana è piena di senso, è ricca e bella o brutta. Tutto è collegato. Solo la libertà è trattata con disdegno, sprecandola come fosse spazzatura. La gente non ama la libertà, ne ha paura. La cosa strana è che non c’è nulla di spaventoso nella libertà… l’ordine, al contrario, spesso può essere spaventoso.”

Quando si utilizza il cinema come mezzo metafisico, non esiste un arte più potente o anche minimamente paragonabile.

Cosa c’è di peggiore di un’inerzia recidiva? Di una voragine che risucchia spazio, tempo, emozioni o la vita stessa? Cosa accadrebbe se venissero messe in discussione le stesse basi su cui si fonda la fiducia e l’adattamento della specie? “Sta per succedere qualcosa, me lo sento” disse il fattore che “Potrebbe arrivare lontano, lui è un po’ più intelligente degli altri”. Ma quando succede qualcosa, le verità vengono a galla e la preponderanza a preservare il nostro retorico e infinito equilibrio prevale su tutto. Ci si lamenta sulla routine, sul cambiamento mai arrivato, ma non siamo forse noi il cambiamento? Non è forse nella nostra natura provare ad ingannare la morte? Esattamente come gli equini della città in cui Irmias e compagni arrivano, scappano dal macello, l’essere umano tende ad interiorizzare la paura incoscia – o conscia – della morte, ed è quando la patetica rassegnazione all’ineluttabile destino prende forma che siamo condannati a vivere nella paura, sognando e modellando il nostro futuro solo nella nostra mente, perché qualcuno ha già deciso per noi, qualcuno ci impedisce di concretizzare il nostro ideale. Ma allora cos’è più forte? Lottare per una causa, un’idea o lottare per delle persone?

“Siamo tutti colpevoli” dice Irmias “Non siamo innocenti”. Il cadavere della bambina sembra una statua di marmo, immobile e pallida sembra scrutare di sottecchi i presenti. Come per accusarli ma allo stesso tempo – paradossalmente – a farsi beffe di loro come per dire “Io sono morta, sono salva da questa miseria, voi invece dovrete soffrire”.

È un’epoca che cambia, è un mondo in evoluzione, ma la distruzione della civiltà occidentale, unita alla forza esasperante delle immagini, viene, qui, fotografa, pitturata, o come dir si voglia, con maestria, perché solo un’artista riuscirebbe a creare una cosa simile.

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Sette ore e non sentirle! / 25 Settembre 2013 in Sátántangó

Che dire, inquadrature dinamiche e mai scontate, adrenalinica fissità, vorticoso silenzio, esplicativo ermetismo ungherese, una diarrea di emozioni, la sorpresa dell’originalità delle scene che si montano da sole, come le mucche dei primi istanti. Rurale iperuranio, l’onore di esser partecipi della scrosciante intimità testimoniata da un’umile tinozza. Assolutamente da vedere senza quei fastidiosi e plebei sottotitoli:il semplice suono della parola guida l’intuito alla comprensione del contenuto.

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20 Aprile 2013 in Sátántangó

Sátántangó è un’epopea visiva, un’esperienza mentale davvero notevole.
Sette ore di puro ermetismo cinematografico, senza che neppure un fotogramma sembri di troppo.
Basta questo a definirlo.
Eh sì, perché sette ore di film in bianco e nero, in lingua ungherese con sottotitoli in italiano (e ancora grazie) e con non più di 150 inquadrature totali (una media di tre minuti l’una, giusto per intenderci), può sembrare una follia, di primo acchito, anche a chi nella vita ha provato di tutto (cinematograficamente parlando), a partire dai kolossal del muto da tre ore e passa.
E invece bisogna provare, per capire quanto un film di questa fattura possa regalare.
Sátántangó è un’esperienza intellettuale unica nel suo genere.

Oltre alla sua connotazione di immane folgorazione estetica, il film ha anche importanti elementi contenutistici: l’abbrutimento dei membri della fattoria collettiva, la loro decadenza spirituale e corporale è l’emblema della fine di un’epoca. Il senso di inutile attesa degli eventi è simbolo di un avvenire incerto e spaventevole.
Lo stile di Tarr si manifesta fin dall’incipit: lunghissimi piani sequenza, parecchi dei quali della durata limite di circa dieci minuti, come quello iniziale, memorabile, che presenta la fattoria o quello (doppio) del ballo nella locanda, o ancora le lunghe, silenziose camminate riprese di spalle (meravigliosa la prima di Irimiás e Petrina con il vento che spazza incessantemente la strada all’avanzare dei due).
Ma anche la carrellata in avanti sul finire del secondo capitolo è davvero strepitosa. Peccato però sia seguita a stretto giro da una con vista laterale non altrettanto efficace.
In film come questi la fotografia vale quasi quanto la regia, e quella di Gabor Medvigy é davvero di ottimo livello per quasi tutte le sette ore.
I due capitoli con protagonista il Dottore (il grande Peter Berling, che ha girato anche con Herzog e con diversi registi italiani) sono due autentici piccoli capolavori di minimalismo (il primo più del secondo). È negli episodi con protagonista il Dottore che l’estasi, la trance visiva raggiunge picchi da paralisi dei sensi.
La scena del ballo, anch’essa assolutamente memorabile, rappresenta la trasposizione dalla pittura alla settima arte de “La nave dei folli” di Hieronymus Bosch.
Le musiche dozzinali di Mihály Vig (che interpreta anche Irimiás), sia quelle per organo che quelle per fisarmonica, sono davvero efficaci in quanto perfettamente adagiate sullo stile della pellicola.
La parlata ungherese, così suadente (chi l’avrebbe detto?), dona poi ulteriore musicalità e armonia.

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