Recensione su Sátántangó

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Tutto e niente / 16 marzo 2014 in Sátántangó

“..non che la vita umana abbia un così grande valore. Il mantenimento dell’ordine sembra essere affare delle autorità, ma in realtà è affare di tutti. Ordine. La libertà, al contrario, quella, non ha nulla di umano. E’ una cosa divina, e le nostre vite sono troppo brevi per poterlo comprendere adeguatamente. Se cercate un legame, pensate a Pericle. Ordine e libertà sono legate dalla passione. Si deve credere in entrambe e si soffre per entrambe. Per l’ordine e per la libertà. Ma la vita umana è piena di senso, è ricca e bella o brutta. Tutto è collegato. Solo la libertà è trattata con disdegno, sprecandola come fosse spazzatura. La gente non ama la libertà, ne ha paura. La cosa strana è che non c’è nulla di spaventoso nella libertà… l’ordine, al contrario, spesso può essere spaventoso.”

Quando si utilizza il cinema come mezzo metafisico, non esiste un arte più potente o anche minimamente paragonabile.

Cosa c’è di peggiore di un’inerzia recidiva? Di una voragine che risucchia spazio, tempo, emozioni o la vita stessa? Cosa accadrebbe se venissero messe in discussione le stesse basi su cui si fonda la fiducia e l’adattamento della specie? “Sta per succedere qualcosa, me lo sento” disse il fattore che “Potrebbe arrivare lontano, lui è un po’ più intelligente degli altri”. Ma quando succede qualcosa, le verità vengono a galla e la preponderanza a preservare il nostro retorico e infinito equilibrio prevale su tutto. Ci si lamenta sulla routine, sul cambiamento mai arrivato, ma non siamo forse noi il cambiamento? Non è forse nella nostra natura provare ad ingannare la morte? Esattamente come gli equini della città in cui Irmias e compagni arrivano, scappano dal macello, l’essere umano tende ad interiorizzare la paura incoscia – o conscia – della morte, ed è quando la patetica rassegnazione all’ineluttabile destino prende forma che siamo condannati a vivere nella paura, sognando e modellando il nostro futuro solo nella nostra mente, perché qualcuno ha già deciso per noi, qualcuno ci impedisce di concretizzare il nostro ideale. Ma allora cos’è più forte? Lottare per una causa, un’idea o lottare per delle persone?

“Siamo tutti colpevoli” dice Irmias “Non siamo innocenti”. Il cadavere della bambina sembra una statua di marmo, immobile e pallida sembra scrutare di sottecchi i presenti. Come per accusarli ma allo stesso tempo – paradossalmente – a farsi beffe di loro come per dire “Io sono morta, sono salva da questa miseria, voi invece dovrete soffrire”.

È un’epoca che cambia, è un mondo in evoluzione, ma la distruzione della civiltà occidentale, unita alla forza esasperante delle immagini, viene, qui, fotografa, pitturata, o come dir si voglia, con maestria, perché solo un’artista riuscirebbe a creare una cosa simile.

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