Recensione su Salò o le 120 giornate di Sodoma

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Il potere logora chi non ce l’ha. (e anche chi ce l’ha) / 15 Giugno 2012 in Salò o le 120 giornate di Sodoma

Gli intrighi e le fusioni nervose, le psicosi, le deviazioni, i soprusi del potere, raccontati in chiave onirica, scioccante e sessualmente esplicita. Salò o le 120 giornate di Sodoma è, probabilmente, il film più scioccante che sia mai stato realizzato in Italia. E non solo scioccante per l’anno di realizzazione(1975), ma scioccante anche nella modernità, soprattutto perchè sta qui a ricordarci che le cose non sono affatto cambiate. Il potere produce schiavi. Si potrebbe riassumere così l’opera postuma di Pier Paolo Pasolini, il suo ultimo grido nel buio, anti borghese, anti ceto-medio, anti cinematografica, anche se sarebbe decisamente minimizzarla. L’opera è, invece, un percorso difficile, e impervio, e analizzarla non è per nulla semplice. La trama racconta di quattro personalità importanti che nella repubblica di Salò, segregano alcuni ragazzi, costringendoli a ‘giochetti’ sadomasochistici e piegandoli ai loro più perversi piaceri, soprattutto sessuali. Diviso in modo da sembrare un eterno universo dantesco(il film è composto da tre parti, chiamate gironi, Girone delle manie, Girone della merda e Girone del sangue), il film si muove lentamente, tra torture e atti devianti contro i ragazzi rinchiusi che addirittura sfociano, nel girone finale, in veri e propri ‘atti di sangue’. Ispirato parzialmente al romanzo del Marchese De Sade, ne conserva la perversa inclinazione alla distruzione di ogni pudore e alla maniacale cura delle sezioni riguardanti sesso e atti di violenza. Il film è una feroce satira contro l’assuefazione al potere del tempo(ambientato, il film, nel 1945-46) e a ciò che il potere, se esasperato, può raggiungere. Ciò che sciocca maggiormente di questo film, non sono le scene contenenti le molestie sessuali, o le scene di nudo, oppure i plurimi omicidi. Ciò che colpisce maggiormente è che, a distanza di anni dall’epoca dei fatti narrati, non sia praticamente cambiato niente. Certo, Pasolini nella narrazione ricerca l’eccessivo, quasi barocco, ma la pasta resta quella: anche oggi il potere produce i suoi schiavi, e chi ha più potere è più forte e riesce a rendere le persone propri automi e a somministrare a queste qualunque cosa. Ma la forza del film sta proprio nel suo eccesso: grazie alla cura che Pasolini mette nel descrivere nei minimi particolari ogni minimo fotogramma, l’opera arriva allo spettatore direttamente come un pugno nello stomaco, decisamente forte. L’esasperazione del pensiero pasoliniano, si ha probabilmente nel girone del sangue. In questo, oltre ai racconti delle prostitute di alto bordo, che cercano di ‘preparare’ i ragazzi a ciò che li aspetta, si assiste ad una progressiva distruzione addirittura dell’autorità, rappresentata nel film dalle quattro cariche cosiddette importanti, il Duca, l’Eccellenza, il Monsignore e il Presidente. Infatti, si assiste ad un tentativo di ribellione(quasi sempre sessuale) dei prigionieri all’autorità, e questo comporta la conseguente punizione corporale di questi. Nei minuti finale, con Paolo Bonacelli(unico degli attori ad aver avuto un futuro nel cinema, perchè curiosamente tutti gli altri sono spariti; questo ha contribuito a dare al film la sua bella ‘aria maledetta’) che osserva con un binocolo ciò che succede, mentre una ragazza suona il piano, nel cortile, dove si sta dando luogo alle punizioni corporali. Come a rappresentare la confusione e la completa distruzione di ogni tipo di umanità. Anche se il Pasolini, alla fine, dona quasi un senso di tranquillità, quando decide di chiudere l’opera con il valzer dei due ragazzi all’interno nella villa. Come se tutto il male si fosse spostato fuori e dentro fosse rimasta l’allegria di qualcosa che sta finendo. Provacazione decisamente audace, Salò o le 120 giornate di Sodoma ha dato luogo a quella che è probabilmente la più assurda e stupida querelle legale della storia del cinema italiano. A causa dei suoi contenuti forti e dell’allegoria del potere che si stava andando a creare, il film è stato vietato per lungo tempo oltre che naturalmente mai trasmesso in ambiti televisivi. Pasolini tratta il potere come un gioco enormemente sporco, e tratta sia gli oppressi che gli oppressori come automi senza mente, non dandogli una collocazione mentale, ma solo fisica. Questo, per esprimere il distacco e la realtà onirica in cui ci troviamo nella storia. Realtà onirica che però crea un gran parallelismo con quella reale: dove qui il sesso è usato come arma primaria, nella realtà abbiamo sì, altri modi per essere schiavi del potere, ma nè meno crudi, nè meno intensi o scioccanti. Il film conserva tutt’ora una certa aria magica, da film maledetto. Basti pensare alle leggende che circolano intorno, comprese quelle dei quattro finali che Pasolini aveva ideato o del furto delle bobine durante la lavorazione del film(e si narra anche che Pasolini per riprenderle sia poi caduto nell’attentato che gli costò la vita). Per concludere, Salò o le 120 giornate di Sodoma, è il sunto atroce di ciò che Pasolini sentiva in quel periodo: un progressivo distacco della classe dirigente e della borghesia nei confronti del popolo, che per l’intellettuale romano era sottomesso in ogni modo a questo straripante potere. Film che almeno una volta nella vita deve essere visto, è l’ultimo disperato grido di aiuto del più grande uomo di cultura italiano del ‘900.

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