Recensione su Oh Boy - Un caffè a Berlino

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17 Dicembre 2013

Mi è piaciuto molto. Bella sorpresa il bianco e nero che rimanda a Manhattan, in generale tutte le riprese di Berlino sono fatte come Allen riprende New York. Concordo sul fatto che è un film con un grande sapore Nouvelle Vague. E con tutti questi richiami stilistici riesce ad essere una perfetta fotografia della generazione non saprei più come chiamarla, quella dei ventenni che non fanno, non sanno, non danno (differentemente dagli avi francesi che avevano un sistema ben definito contro cui combattere, qui non si è neppure arrabbiati, anche perché spesso si è causa diretta di quel che si subisce). Con la semplice idea di far girovagare il protagonista per la sua città alla ricerca di un caffè si assiste ai lunari incontri del nostro giovane e alla castrazione continua che subisce nell’unico obiettivo che ha chiaro, berlo questo caffè. Si possono analizzare i tentativi falliti: prima non può perché ordina inconsapevolmente una tazza di caffè dal prezzo spropositato, evidente rimando all’incapacità di leggere il mondo (economico) e alla follia di quel mondo incomprensibile che ragiona secondo leggi fuori dalla logica (non di mercato, ma di logica sì); poi perché arriva quando il caffè è finito e va via quando viene riportato, una generazione fuori tempo; poi perché il padre non gli permette di ordinarlo e gli impone una bevanda più maschia mi sembra, simbolo di una castrazione edipica fortissima accentuata dalla dipendenza economica con il genitore; infine il caffè semplicemente non lo hanno: è l’impotenza di una intera generazione. E’ un giovane allo sbando, senza un amore, che lascia senza un perché e non è interessante conoscerlo questo motivo dopo tutto, senza denaro perché fa di tutto per essere mantenuto allungando a dismisura il tempo dello studio, quel limbo perfetto che è l’università, senza un progetto perché il suo vagare è assolutamente senza obiettivo. Lungo la sua giornata incontra persone al confine con la follia, dai comportamenti atipici dettati però da una sofferenza che sia un matrimonio finito per una malattia che non si riesce a superare, che sia per il dolore del bullismo scolastico che ha così tanto inciso da divenire insormontabile, che sia il passato di una nazione che, tanto di cappello, continua a fare i conti con una ferita gigantesca e con essa si raffronta sempre, come memoria fondante dell’essere tedesco. E sull’ultimo dolore alla fine ci sarà la chiusa sulla agognata tazza di caffè.
Molto bello il registro scelto, la commedia che non si può proprio definire nera, ma totalmente folle sì.
Bravi tutti gli attori sopra le righe in ruoli a volte grotteschi, ma esilaranti (vertice assoluto l’ex compagna di scuola vessata per la sua grassezza)

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