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Recensione su Non è un paese per vecchi

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2 marzo 2014

Premesso che buona parte dei meriti di quest’opera è da attribuire a Cormac McCarthy, che ha fornito il soggetto, adattato per il grande schermo dai fratelli Coen, il merito di questi ultimi è comunque importante, per aver donato alla pellicola un ritmo assolutamente interessante, un ritmo da romanzo: il film ha quella cadenza trascinata, quell’incedere a tratti lento, che dona le stesse sensazioni della lettura, che lascia tempo al pensiero e all’interpretazione.
Musiche praticamente assenti come a non voler disturbare la concentrazione.
A metà tra un western moderno e un thriller vintage, il film consente riflessioni strutturate su temi importanti quali:
– il Male e la sua banalità (o più che altro la sua stupidità: la promessa di far del male non è soltanto una minaccia, bensì una vera e propria promessa da mantenere),
– il caso che governa le esistenze (salvarsi la vita con un testa o croce, l’incidente finale),
– l’evoluzione in negativo della società (e qui lo sceriffo interpretato da Tommy Lee Jones è tenutario e simbolo di una tradizione violentata dalla nefandezza della modernità).
Bardem è semplicemente fantastico nel ruolo dell’assassino totalmente folle (oppure no?) ma lucido e pacato, e insieme spaventosamente razionale: lo sguardo di compiaciuta soddisfazione, un’orgasmo di cattiveria, durante il suo primo assassinio è un piccolo capolavoro di mimica e recitazione.
La sua pettinatura da scolaretto e il bombolone che si porta appresso per compiere le sue efferatezze sono difficili da dimenticare.
Il finale affidato ai resoconti onirici dello sceriffo in pensione è un po’ troppo cercato (e ricercato).

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