Recensione su Lola Darling

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Un’eroina moderna / 27 Luglio 2018 in Lola Darling

L’esordio ufficiale di Spike Lee nel mondo del cinema mi è piaciuto un sacco.
Sono passati più di 30 anni dal debutto di questo film, ma, a parte qualche dettaglio d’ambiente, mi è sembrato estremamente attuale, fresco, ben concepito e realizzato, a fronte dell’evidente ristrettezza di mezzi che ha portato Lee a reclutare parte della sua famiglia: il padre Bill recita in una breve sequenza e ha composto la bella colonna sonora jazz; la sorella Joie ha un piccolo ruolo; il fratello David ha scattato le foto usate nei titoli di testa e in un frammento del film; la nonna ci ha messo un po’ di dollari.

Oltre alle scelte stilistiche, come la forma pseudo-documentaristica che permette ad alcuni personaggi di sfondare la quarta parete, del film mi è piaciuto molto il personaggio di Nola, una giovane donna che ha un’identità personale e sessuale molto precisa. Magari, ciò che fa non è condivisibile (tutti, intorno a lei, la biasimano/non la capiscono), però lei sembra aver raggiunto un equilibrio interiore invidiabile: sa cosa vuole, ha un lavoro che la rende assolutamente indipendente dalla famiglia (ne ha una? Non lo sappiamo) e dagli uomini. E per questo i suoi compagni sembrano un po’ destabilizzati. Nola è un’eroina moderna, una donna interessante e -davvero- libera. Mi piacerebbe sapere com’è invecchiata: ora, avrebbe circa 50 anni.

Non so come e perché sia successo, esattamente, ma, mentre il film iniziava, guardando le foto di David Lee che illustrano alcune microscene di vita newyorkese dei primi anni Ottanta, ho realizzato lucidamente per la prima volta quanto, con le debite differenze culturali, narrative e formali, il cinema di Spike Lee e quello di Woody Allen si somiglino, perlomeno nel modo in cui hanno scelto di raccontare la loro città. Credo sia stata colpa del bel b/n di Ernest Dickerson (non mi aspettavo affatto di vedere un film di Lee senza colori! È stata una vera e piacevole sorpresa), che ha fotografato Brooklyn come Allen ha fatto con Manhattan nell’omonimo film (è come se il famoso ponte, presente sia nel lavoro di Lee che in quello di Allen ma rappresentato da sponde diverse, sottolinei come la città venga mostrata dai due autori da altrettante prospettive).

Lee si è riservato il ruolo di Mars, il personaggio chiacchierone e appariscente, tifoso di basket (come lui, anche se non dei Knicks), forse il più stereotipato del terzetto di spasimanti della protagonista, ma sicuramente quello più divertente.

Nel 2017, Netflix ha prodotto una serie tv (che ha lo stesso titolo originale del film, She’s Gotta Have It), scritta e diretta da Lee, che aggiorna ai tempi nostri le avventure di Nola (perché, poi, nel titolo italiano sia diventata Lola, non l’ho ancora capito). Ora, sono moooolto curiosa di darle un’occhiata.

1 commento

  1. TraianosLive / 9 Settembre 2019

    Sembra davvero un film fatto da un Allen “dei piani bassi”, un Allen di strada. Il parallelismo con Allen ci sta tutto. I personaggi hanno proprio quel tipo d’interazione sia tra di loro che con lo spettatore.

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