Recensione su Piccole donne

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. / 22 Gennaio 2020 in Piccole donne

Potrà essere ben recitato, potrà essere buona la tecnica, potrà essere innovativo (ma è sempre una qualità l’innovazione?), quel si vuole…ma per quanto mi riguarda non lo trovo un prodotto riuscito, o almeno non riuscito rispetto alle aspettative (anche se mi ci sono approcciato lasciando a casa l’idea consolidata che mi ero fatto in anni e anni di Piccole donne sullo schermo, a partire dal film del 1949 con Elizabeth Taylor nei panni di Amy fino alla recente miniserie della BBC).
Più che le piccole donne qui torreggia su tutte e tutti una sola donna, Joe March, e tutto si può dire tranne che sia “piccola”.
Seguiamo gli eventi, intrecciati però secondo uno schema speculare tra passato e presente narrativo, quasi esclusivamente dal suo punto di vista, e ci può stare, ma le altre sorelle March restano sullo sfondo, da contorno. E diventa difficile cogliere, in questo saltare di continuo avanti e indietro nel tempo (chi conosce la storia può orientarsi, ma lo spettatore ignorante rischia benissimo di perdersi nella prima mezz’ora) secondo un ricamo fatto attorno alla sola Joe, il legame tra le quattro sorelle, quel profondo legame divenuto proverbiale nell’immaginario comune. Non c’è atmosfera, non c’è immersione, non c’è modo di empatizzare con loro, si resta lì ad assistere con poca partecipazione agli eventi senza riuscire davvero ad entrare nel cuore dei personaggi.
Piccole donne non è solo una storia di emancipazione e dignità femminile (ok, Joe March riesce con le proprie forze, la propria intelligenza e la propria indipendenza ad emergere lì, nell’America del secondo ‘800, in un contesto maschile e tutto quello che sappiamo, bla bla bla) ma è anche una storia di sacrifici piccoli e grandi, di carità (intesa come spirito di carità, non dimentichiamo che Mr March è un pastore protestante e Mrs March pratica in prima persona l’assistenza ai poverissimi della zona), di resilienza. di crescita, di formazione, di legami familiari indissolubili, di valori tramandati. Dov’è tutto questo? Non soffriamo il freddo con le March, non sopportiamo le privazioni (perfino la limetta agognata da Amy rappresenta un lusso eppure qui sembra giusto un capriccio da nulla) di quegli anni di guerra civile e ristrettezze (e quindi non possiamo comprendere né la gioia per l’abbondanza in quell’unico giorno di festa che è Natale, né possiamo comprendere il valore di quel sacrificio che fanno le quattro sorelle nel donare la loro colazione ai poverissimi), non siamo in ansia per Mr March lontano a combattere (e quindi non gioiamo al suo ritorno quanto dovremmo), non siamo eccitati per le feste da ballo, non ci infuriamo per l’acidità e cocciutaggine di zia March, non siamo con Laurie in tutti quei momenti in cui si lega sempre più a Joe (e in modo differente alle altre sorelle), non ci facciamo guidare dalla bussola degli insegnamenti di mamma March (altra vera donna forte della storia, fortissima e silenziosa, che tiene unite le sue quattro piccole donne e porta su di sé il peso della famiglia durante lontananza del marito) e di papà March, giusto per dirne qualcuna. Niente di niente.
Ma probabilmente lo scopo è proprio questo, non deviare la rotta dai binari prestabiliti, sfrondando la trama da tutto quello che è “sconveniente” in questi tempi moderni propagandisticamente demitizzanti e che distraggono lo spettatore dal vero tema della pellicola. Da questo punto di vista il risultato è centrato, ma il prodotto (tradito nello spirito) perde di anima.
Sulle scelte per il cast poco da dire, Saoirse Ronan è una delle attrici del momento come Timothée Chalamet è l’attore del momento, Emma Watson stavolta non riesce proprio a decollare (sarà anche per la rappresentazione che hanno voluto dare, qui, del suo personaggio Meg), Meryl Streep sprecata nel microscopico nuolo di zia March e piazzata lì solo come una bandierina, inspiegabile la scelta del francese Luois Garrel per interpretare il tedesco Friedrich Bhaer.
Voto: 5.5 , deludente.

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