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Recensione su It

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Il commovente effetto-collaterale della paura / 3 aprile 2017 in It

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Di due cose sono sufficientemente certo: It è il capolavoro di Stephen King e, al contempo, King è – se non l’unico – il più degno tra gli eredi dei grandi scrittori horror di fine ‘800 e inizio ‘900 come Edgar Allan Poe e Lovecraft.

Questa piccola divulgazione che apre la recensione è propedeutica alla comprensione del film che ha provveduto a terrorizzare con i clown una generazione di bambini quindi, cari lettori, abbiate pietà.

A Derry, nel Maine (si noti la necessità di King, come quella di Lovecraft, a dare una dimensione “personale” all’orrore, ambientando le sue storie a pochi passi da casa sua. Sarà una prerogativa degli autori del New England? Chissà…) “La banda dei perdenti” riunisce una manciata di ragazzi uniti dall’aver avuto a che fare con It, un’entità che vive nelle fogne di Derry arrivata un giorno lontanissimo su questo mondo. Non è importante il come, non è importante il cosa, ad essere importante è la volontà dei protagonisti e come, in un modo insolitamente romantico, sia la tragedia condivisa a stabilire un legame forte come pochi altri.

Oltre il sangue, oltre le parentele e i patetismi romantici dei “t’amerò per sempre” sussurrati in film di altro genere. It è un monumento ai legami: che siano quelli dell’amicizia che sopravvive al tempo e ai cambiamenti nonostante gli eventi tragici condivisi, del bisogno insito in persone (perdonandomi la licenza poetica) “diversamente simili” a ritrovarsi e, infine, di come inspiegabilmente e spontaneamente può nascere un amore.

La star del film è Tim Curry, indubbiamente: con tutto il rispetto per Skarsgard che si appresta a dare anima e corpo a Pennywise il pagliaccio con un costume e un make-up spaventosi, al clown dell’interprete di Frank’n Further basta un costume da pagliaccio di quarta o quinta mano, un palloncino colorato e la sua recitazione faceva il resto. Come si muove, come parla, come gesticola: il Pennywise (o l’It, che dir si voglia) di Tim Curry è un monumento a quell’orrore percettibile, seppur nascosto, che in cuor nostro sappiamo potersi celare sotto ogni apparenza normale.
Si sprecano complimenti anche per gli interpreti della “banda dei perdenti” (più nella versione giovane che per la versione vecchia).

C’è da dire che la produzione televisiva quotidiana ha abbandonato da un po’ il concetto di miniserie e si tende sempre di più al serial (una serie lunga, come American Horror Story non inquieta nessuno, lo hanno capito tutti eccetto gli autori…) e questo ha portato la nuova produzione di It a spostarsi al cinema, dove i recenti successi dei film “spezzettati” hanno fatto del grande schermo la casa ideale per la mostruosità senza forma e senza nome di Derry.

Resta il ricordo nel cuore (e soprattutto negli occhi alla vista di un clown per uno della mia età) di una delle più riuscite miniserie partorite dall’immaginario del Re del Brivido.
Consigliatissima da rivedere in compagnia di qualche ragazzo che come voi ne condivide il trauma, da gustarsi come un vino d’annata.

Qualche nota amara, se paragonata alle gioie per gli occhi che le moderne produzioni offrono, c’è…ma chi se ne frega, con un Curry così!

1 commento

  1. Stefania / 3 aprile 2017

    Mi sembra di capire che sei un appassionato dell’universo king-iano. Allora, se già non lo sai, ti farà piacere venire a conoscenza del fatto che… 😉 https://www.nientepopcorn.it/notizie/castle-rock-serie-tv-stephen-king-jj-abrams-44904/

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