Recensione su Il padre di famiglia

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Loy e i sogni infranti di una generazione / 6 Giugno 2017 in Il padre di famiglia

Qualche anno prima dello Scola di C’eravamo tanto amati, Nanni Loy ha portato in scena le disillusioni della prima generazione di “giovani adulti” postbellici: il boom economico, le donne lavoratrici, i nuovi metodi educativi, la famiglia esplosa …
Forte della sua esperienza sul campo (vedi, le candid camera di Specchio segreto) e della sua capacità di osservare le sfumature tragicomiche della quotidianità, Loy entra nella casa di un italiano medio, un architetto urbanista romano antifascista e antimonarchico preoccupato della deriva palazzinara della capitale (un eccellente Manfredi, tra i protagonisti, non a caso, anche del citato film di Scola), per raccontare una società, quella italiana dell’immediato secondo dopoguerra, tesa tra le tensioni progressiste che vorrebbero affrancarla da un polveroso “provincialismo” e una serie di retaggi durissimi a morire, come la concezione della donna, vera e propria vittima del nido famigliare a dispetto della sua formazione culturale e dei suoi titoli di studio (il personaggio interpretato dalla brava Leslie Caron mi ha ricordato molto l’Angelica del Caro Michele della Ginzburg, prima, e di Monicelli, poi).
La sequenza conclusiva, con i bimbi alle prese con il traffico caotico di Roma, è molto tenera e decisamente emblematica: che siate cresciuti a pane e Montessori o sulla strada, la vita è una lunga serie di violente incognite.

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