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Brutti, sporchi e cattivi

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Brutti, sporchi e cattivi
Brutti, sporchi e cattivi

Nella periferia romana, una comunità di immigrati meridionali ha allestito una baraccopoli. Qui, Giacinto, patriarca di una famiglia pugliese composta da un numero indefinito di persone, detta il brutto e cattivo tempo: avaro fino all'estremo, fedifrago, profitattore, è attorniato da gente della stessa risma.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Brutti, sporchi e cattivi
Attori principali: Nino ManfrediMaria Luisa SantellaLinda MorettiFranco MerliMaria BoscoGiselda Castrini, Alfredo D'Ippolito, Giancarlo Fanelli, Marina Fasoli, Marco Marsili, Ettore Garofolo
Regia: Ettore Scola
Sceneggiatura/Autore: Sergio Citti, Ruggero Maccari
Colonna sonora: Armando Trovaioli
Produzione: Italia
Genere: Drammatico, Commedia
Genere:
Durata: 115 minuti

Parallelismi sotto l’eternit / 18 Maggio 2013 in Brutti, sporchi e cattivi

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

E’ un ottimo spaccato delle condizioni di vita delle zone più degradate della periferia
di Roma negli anni ’70.
Protagonisti della vicenda sono Giacinto e la sua famiglia di miserabili.
Il capofamiglia possiede un gruzzoletto, che però spende solo per se stesso e,
nella seconda parte del film, per una prostituta che si porta pure in casa!
Il resto della famiglia, giustamente, non la prende proprio con filosofia e lentamente
matura la decisione di eliminare il pater familias per ereditare il milione e la casa-baracca.
Questo è fondamentalmente il conflitto che da nerbo a tutto il film,
quello che ti coinvolge, ti fa parteggiare per Giacinto o più probabilmente per la famiglia.
Senza di esso rimarresti estraneo alle vicende, non ti interesserebbero, non le sentiresti tue.
La prestazione attoriale di Manfredi è a dir poco magistrale.
Un solo, grande, attore professionista è chiamato a fare da controparte a tutto il resto
della famiglia, e lo fa da grande mattatore.
La padronanza dell’arte gli permette di ampliare, moltiplicare mille volte, arricchire
il messaggio semplice, diretto (ma da solo insufficiente) del suo aspetto disgustoso.
L’occhio guercio e la sporcizia fanno la loro parte, ma il resto ce lo mette il grande artista.
E d’altra parte il resto della famiglia abbonderà anche di “particolari fisici laidi e ripugnanti”
ma se l’artista Scola non indugiasse su di essi e non sapesse ottenere anche da questi interpreti
una partecipazione di buon livello, non avremmo lo stesso risultato.

Possiamo ritenere questo spaccato di vita, questo documento sulle condizioni dei più disagiati
dell’Italia degli anni ’70, verosimile e attendibile perché Scola è stato intellettualmente onesto,
ha cercato di dare un quadro completo del suo oggetto di studio (e secondo me, ci è riuscito).
Il suo ritratto, nei limiti del possibile, non è fazioso.
Non è edulcorato da democristiani “volemose bene”,perché non puo’ esserlo.
E’ disilluso come chi non crede più nè al sogno piccolo-borghese e nè tantomeno nel sogno socialista.
Come ci dice Moravia: Sembrerebbe che in questo film Scola abbia voluto riprendere
certi schemi del neorealismo, ma non è così.
I suoi poveri sono diversi da quelli del regista De sica.
Nel frattempo c’è stato quello che Pasolini chiamava il cambiamento antropologico del consumismo;
la scomparsa della speranza di tempi migliori.
E a questi tempi migliori infatti non credono nè i Mazzatella, nè Scola.

Dunque i poveri di Scola sono contestualizzati in quella che era la realtà
del periodo (gli anni ’70), così come quelli di Ladri di biciclette lo erano negli anni ’50.
Scola conosce il mondo e sa che i suoi poveri non sono quelli del boom economico,
ma quelli della crisi energetica degli anni ’70.
Scola sì che è un artista e un uomo di cultura che non vive in una palla di vetro
e non parla di fuffa.
Il politically incorrect e le laidezze del film di Scola non sono gratuite.
I Mazzatella sono una secchiata d’acqua in faccia al sogno piccolo-borghese.
Scola li dirige con maestria; immagini e storia sono di una disturbante potenza visiva.
Eppure le facce dei Mazzatella sono pasoliniane portatrici di una grande umanità.
Questi diseredati non sono cattivi perché sì.
Questi diseredati sono crudeli e cinici perché morti di fame,
ma anche essendo cattivi, restano umani.
Anche se crudeli fino al punto da tentare di ammazzare il proprio padre,
sono uniti come famiglia intorno alla madre, perché le sono grati,
perché sanno anche voler bene alla donna che li ha cresciuti, che si è curata di loro
a differenza del padre.
Persino il dispotico principe dell’egoismo Giacinto ha un momento di commozione
e di umanità quando, poco prima di essere avvelenato, si emoziona e piange perché
crede di riavere tutta la famiglia riunita attorno a sé.
A modo suo ho trovato commovente, benché grottesco (non per me eh,questo non è il mio giudizio),
anche l’orgoglio di una madre (una vicina) per la figlia diventata bella e famosa,
noncurante del fatto che la figlia fosse famigerata perché posava nuda per una rivista pornografica.

Infine in mezzo a tutto questo squallore c’è almeno una giovane ragazza
(una delle figlie di Giacinto, quella con gli stivali gialli)
che per tutto il film si occupa dei bambini: li porta a giocare, li porta fuori casa
quando i grandi litigano,ecc.
Il regista ti lascia il tempo di affezionarti a lei e di pensare che c’è,
persino in questo contesto, qualcosa di bello e buono.
E poi alla fine del film, come ultima scena la vedi incinta,
e lì sei portato a pensare: che tu sia buono o cattivo la miseria ti frega lo stesso.
E ciò è proprio quello che mi è piaciuto del film:
il fatto che contenesse tutte le tonalità del grottesco e non solo la peggiore.

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18 Dicembre 2011 in Brutti, sporchi e cattivi

Purtroppo non riesco a dare a questo film il voto che si merita. Se dovessi essere del tutto obiettiva gli darei 8, ma è talmente urtante e grottesco (il che dovrebbe essere una qualità) da influenzare negativamente il mio giudizio soggettivo.
Probabilmente ha raggiunto il suo obiettivo!

8 Febbraio 2011 in Brutti, sporchi e cattivi

Un ritratto grottesco ed impietoso di quel degrado metropolitano che Scola ha sempre osservato con occhio intelligente e mai moralista.
La baraccopoli romana descritta nel film è una cloaca quasi circense, abitata da individui amorali e perduti il cui unico interesse pare sia quello di soddisfare le sole necessità corporali.
Manfredi grande mattatore: odioso, schifoso, morboso, spaventoso. Egli è un mostro puzzolente con un occhio solo che biascica un idioma stentato.
La considero (forse a torto, chi lo sa) una curiosa apologia dell’integrazione culturale, peraltro mai pienamente raggiunta tra gli italiani.

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