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Recensione su Il Divo

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6 marzo 2014

Il più originale film (sinora) di Paolo Sorrentino è, manco a dirlo, un affresco pop della vecchia Prima Repubblica, con i suoi molti misteri e problemi, e di uno dei suoi principali protagonisti.
L’idea di un film biografico sul Divo Giulio, oggi ampiamente metabolizzata, all’epoca fu parecchio dirompente e scioccante: intanto perché Andreotti era ancora in vita, poi perché si tentava di affrontare un tema squisitamente documentaristico mediante un’opera prettamente artistica.
Ne è uscita questa biografia pop condita di un’originalissima estetica, che non ha potuto sfondare oltre i confini nazionali a causa dell’intrinseco provincialismo (se si fa eccezione per il Premio della Giuria meritatamente ricevuto a Cannes, che però sta a quattro passi dal confine italiano).
Provinciale è, nel contesto dei moderni equilibri internazionali, tutta la storia italiana dal secondo dopoguerra ad oggi, figuriamoci le nostrane vicende politiche, all’estero assolutamente incomprensibili. Sarebbe fin troppo ottimistico trovare 100 statunitensi (su 300 milioni) che sappiano chi fosse Andreotti, e probabilmente se ne troverebbero ancor meno disposti a sorbirsi un resoconto degli antichi intrallazzi machiavellici della politica del Bel Paese.
Diciamo che Sorrentino si è giocato alcune buone, ottime, carte in un contesto da sagra di paese, salvo poi riproporle nelle sue pellicole successive (da ultimo ne La grande bellezza).
Raccontare la vita del Divo Giulio in 110 minuti è impresa impossibile, e quindi Sorrentino si limita ad uno scorcio tumultuoso, mediante una sorta di documentario ipotetico-onirico, che affronta vicende più o meno storicamente chiarite, mischiando certezze e probabilità in un pot-pourri necessariamente frettoloso.
Il regista butta un po’ troppa carne sul fuoco (la mafia, Pecorelli, Dalla Chiesa, Sindona, la P2); argomenti che necessiterebbero, ciascuno di essi, di un ricco approfondimento.
Il film è dunque più che altro un trampolino visivo con cui si lanciano nel calderone del giudizio pubblico un’accozzaglia di atti e fatti (e Andreotti, dopo aver visto il film in anteprima, non apprezzò per nulla la cosa). Eppure accusare di disonestà intellettuale un film di questo genere, che, per quanto ovvio, non nutre pretese degne di una ricostruzione giudiziaria, mi pare eccessivo, stante l’ovvia finalizzazione artistica dell’intento di Sorrentino (a cui va dato il merito di chiarire la cosa nel bellissimo dialogo con Scalfari, in cui si accenna al fatto che le cose sono spesso più complicate di quanto una mera e veloce elencazione possa far apparire).
Parliamo dunque degli aspetti tecnico-stilistici, che costituiscono il vero lato memorabile di questa pellicola. È sufficiente richiamare tre scene, che, da sole, farebbero gridare al capolavoro:
– si parte dall’incipit, che presenta, con uno stile arrembante (degnamente accompagnato dal sonoro), le presunte macchie (di altrui sangue) della carriera andreottiana: scena frenetica e accattivante, nello stile di un videoclip musicale, con l’utilizzo creativo (come anche nel prosieguo) delle scritte in sovrimpressione;
– la presentazione, in stile western, della corrente andreottiana della Democrazia Cristiana: un vero e proprio colpo di genio. La prima volta che vidi questa scena rimasi letteralmente sbalordito, senza parole, e oggi continua ad affascinarmi. Una musica in stile morriconiano accompagna la moderna cavalcata verso la quotidiana sfida all’ok corral della politica italiana;
– infine, lo splendido, magistrale piano sequenza del party, con un Buccirosso fenomenale nel ruolo di un Cirino Pomicino scatenato al ritmo delle melodie tribali.
Dico queste tre, ma ce ne sarebbero altre degne di menzione: dalle trattative per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, al crudo monologo magistralmente gestito da un ottimo e poliedrico Toni Servillo.
In generale una buonissima colonna sonora, a parte forse qualche singolo pezzo.
L’unica pecca che mi sento di trovare in questo film è l’eccessiva discrepanza di ritmo fra queste scene a dir poco esuberanti e il resto della pellicola, e in generale tra la prima e la seconda metà.
Ciò che è sicuro è che Il Divo ci lascia con una sola, fondamentale certezza: nel firmamento da tempo oscuro del cinema italiano si è accesa una nuova stella. Quella stella è Paolo Sorrentino.

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