2008

Il Divo

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Il Divo
Il Divo

Dimensione intima e pubblica di Giulio Andreotti, dal 1993 all'avvio del procedimento penale a suo carico per associazione mafiosa.
Anonimo ha scritto questa trama

Titolo Originale: Il Divo
Attori principali: Toni ServilloAnna BonaiutoGiulio BosettiFlavio BucciCarlo BuccirossoGiorgio Colangeli, Alberto Cracco, Piera Degli Esposti, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Giovanni Vettorazzo, Orazio Alba, Fernando Altieri, Stewart Arnold, Nuot Arquint, Antonello Avallone, Gaetano Balistreri, Dezio Bettini, Pietro Biondi, Giovanni Bissaca, Claudio Bonis, Achille Brugnini, Simone Carella, Domenico Centamore, Michele Chiadò, Umberto Contarello, Carlo Cozzani, Luciano Cravino, Paolo De Giorgio, Roberto De Rossi, Renato Di Pietro, Salvatore D'Onofrio, Lombardo Fornara, Massimo Franceschi, Domenico Gennaro, Orlando Gerace, Carlo Giraudo, Victor Goubanov, Ernesto Izzo, Manuela Lamanna, Fiorenza Liberto, Giusto Lo Pipero, Bob Marchese, Luigi Messina, Roberto Turtur Minutillo, Gaetano Mosca, Giuseppe Pappada, Giuseppe Perri, Giuseppe Pesare, Alvaro Piccardi, Alessandro Pisticcio, Gilda Postiglione Turco, Alberto Pozzo, Mario Prosperi, Antonello Puglisi, Giulio Raffi Casagrande, Lorenzo Rapazzini Regis, Enzo Rai, Luisella Rossboch, Natale Russo, Giorgio Sappa, Cesare Scova, Maurizio Tropea, Lorenzo Ventavoli, Wiebke Walbrich, Angelo Zito, Fanny Ardant, Marie Biondini, Bruno Di Luia, Beppe Grillo, Gabriele Guerra, Benedetto Lo Monaco, Nicola Pelella, Valentina Rossi Stuart, Cristina Serafini, Renato Zero
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura/Autore: Paolo Sorrentino
Colonna sonora: Teho Teardo
Fotografia: Luca Bigazzi
Costumi: Daniela Ciancio
Produttore: Andrea Occhipinti, Nicola Giuliano, Francesca Cima
Produzione: Italia, Francia
Genere: Drammatico, Biografico
Durata: 113 minuti

La problematica dei film storici / 8 Luglio 2019 in Il Divo

L’estetica del film non si discute e, nonostante qualche incertezza iniziale, non l’ho assolutamente trovato noioso, ma anzi capace di mantenere una certa suspense. Speravo, in realtà, che Sorrentino volesse insegnare qualcosa, piuttosto che rivolgersi a un pubblico già abbastanza formato, ma questo non fa niente. Quel che mi ha disturbato e non poco è il personaggio di Andreotti stesso, la cui pacatezza è estremizzata a tal punto da farla diventare quasi una forma di autismo, fredda e piatta inespressività e male di vivere. Il parlare costantemente attraverso metafore ed espressioni quasi filosofeggianti, invece, è un artificio che secondo me va benissimo per una pellicola come “La grande bellezza”, ma inizia a stare un po’ stretto in un film storico-biografico. “In medio stat virtus”, bisogna stare molto attenti a non esagerare, soprattutto in questi casi.

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Il declino di Andreotti / 23 Gennaio 2016 in Il Divo

Raccontare il declino di Andreotti, non è semplice.
Sorrentino ci riesce brillantemente (grazie anche alla splendida interpretazione di Servillo), scegliendo uno stile “onirico” e un mix di ferocia e intimità.
Un grande film, con almeno un paio di scene memorabili.
Peccato per qualche manierismo di troppo, qualche sequenza inutile.

/ 18 Marzo 2015 in Il Divo

non mi ha entusiasmato ma per chi è, come me, ventenne, è da vedere per conoscere almeno vagamente un personaggio importante della politica del nostro paese di cui penso si parli oggi poco

Stupendo / 25 Febbraio 2015 in Il Divo

Appassionante come pochi, strepitosa prova attoriale del grande Servillo: un film stupendo e da vedere

6 Marzo 2014 in Il Divo

Il più originale film (sinora) di Paolo Sorrentino è, manco a dirlo, un affresco pop della vecchia Prima Repubblica, con i suoi molti misteri e problemi, e di uno dei suoi principali protagonisti.
L’idea di un film biografico sul Divo Giulio, oggi ampiamente metabolizzata, all’epoca fu parecchio dirompente e scioccante: intanto perché Andreotti era ancora in vita, poi perché si tentava di affrontare un tema squisitamente documentaristico mediante un’opera prettamente artistica.
Ne è uscita questa biografia pop condita di un’originalissima estetica, che non ha potuto sfondare oltre i confini nazionali a causa dell’intrinseco provincialismo (se si fa eccezione per il Premio della Giuria meritatamente ricevuto a Cannes, che però sta a quattro passi dal confine italiano).
Provinciale è, nel contesto dei moderni equilibri internazionali, tutta la storia italiana dal secondo dopoguerra ad oggi, figuriamoci le nostrane vicende politiche, all’estero assolutamente incomprensibili. Sarebbe fin troppo ottimistico trovare 100 statunitensi (su 300 milioni) che sappiano chi fosse Andreotti, e probabilmente se ne troverebbero ancor meno disposti a sorbirsi un resoconto degli antichi intrallazzi machiavellici della politica del Bel Paese.
Diciamo che Sorrentino si è giocato alcune buone, ottime, carte in un contesto da sagra di paese, salvo poi riproporle nelle sue pellicole successive (da ultimo ne La grande bellezza).
Raccontare la vita del Divo Giulio in 110 minuti è impresa impossibile, e quindi Sorrentino si limita ad uno scorcio tumultuoso, mediante una sorta di documentario ipotetico-onirico, che affronta vicende più o meno storicamente chiarite, mischiando certezze e probabilità in un pot-pourri necessariamente frettoloso.
Il regista butta un po’ troppa carne sul fuoco (la mafia, Pecorelli, Dalla Chiesa, Sindona, la P2); argomenti che necessiterebbero, ciascuno di essi, di un ricco approfondimento.
Il film è dunque più che altro un trampolino visivo con cui si lanciano nel calderone del giudizio pubblico un’accozzaglia di atti e fatti (e Andreotti, dopo aver visto il film in anteprima, non apprezzò per nulla la cosa). Eppure accusare di disonestà intellettuale un film di questo genere, che, per quanto ovvio, non nutre pretese degne di una ricostruzione giudiziaria, mi pare eccessivo, stante l’ovvia finalizzazione artistica dell’intento di Sorrentino (a cui va dato il merito di chiarire la cosa nel bellissimo dialogo con Scalfari, in cui si accenna al fatto che le cose sono spesso più complicate di quanto una mera e veloce elencazione possa far apparire).
Parliamo dunque degli aspetti tecnico-stilistici, che costituiscono il vero lato memorabile di questa pellicola. È sufficiente richiamare tre scene, che, da sole, farebbero gridare al capolavoro:
– si parte dall’incipit, che presenta, con uno stile arrembante (degnamente accompagnato dal sonoro), le presunte macchie (di altrui sangue) della carriera andreottiana: scena frenetica e accattivante, nello stile di un videoclip musicale, con l’utilizzo creativo (come anche nel prosieguo) delle scritte in sovrimpressione;
– la presentazione, in stile western, della corrente andreottiana della Democrazia Cristiana: un vero e proprio colpo di genio. La prima volta che vidi questa scena rimasi letteralmente sbalordito, senza parole, e oggi continua ad affascinarmi. Una musica in stile morriconiano accompagna la moderna cavalcata verso la quotidiana sfida all’ok corral della politica italiana;
– infine, lo splendido, magistrale piano sequenza del party, con un Buccirosso fenomenale nel ruolo di un Cirino Pomicino scatenato al ritmo delle melodie tribali.
Dico queste tre, ma ce ne sarebbero altre degne di menzione: dalle trattative per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, al crudo monologo magistralmente gestito da un ottimo e poliedrico Toni Servillo.
In generale una buonissima colonna sonora, a parte forse qualche singolo pezzo.
L’unica pecca che mi sento di trovare in questo film è l’eccessiva discrepanza di ritmo fra queste scene a dir poco esuberanti e il resto della pellicola, e in generale tra la prima e la seconda metà.
Ciò che è sicuro è che Il Divo ci lascia con una sola, fondamentale certezza: nel firmamento da tempo oscuro del cinema italiano si è accesa una nuova stella. Quella stella è Paolo Sorrentino.

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