Recensione su L'arco

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1 febbraio 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Questo era il film di dio Kim Ki-duk successivo a Ferro 3 (il film della mia epifania del dio). Al solito, qualsiasi forma di razioverosimiglianza narrativa è sgozzata e sacrificata all’altare della poesia. Un vecchio e una ragazzina vivono su di un barcone, nel dipinto di blu blu del mare. Il vecchio porta dalla terraferma dei tipi a pescare. Tutti ci provano con la ragazzina (che è superbellissima e koreana-wow, e con lo strabismo di Venere) e lui li spaventa a frecciate d’arco. Con l’arco fanno tutto, come arma e come violino. Per leggere il futuro ai clienti lei dondola su di un’altalena sul mare, lui le spara frecce tra un dondolio e l’altro. OVVIAMENTE entrambi non proferiscono un verbo MAI. Lui vorrebbe sposarla, ma arriva un korean-tamarretto con il walk-man, figlio di un cliente, che fa capire a lei che forse di là dal mare c’è qualcosa di più.
Il vecchio sotto sotto è zozzo ma non la tocca mai, e la vorrebbe sposare al compimento dei 16 anni.
Un filo esagerato nel manierismo, ma con un finale da freccia in cielo che poi cade lì lì proprio lì sì lì, che mi ha fatto sbarrare gli occhi e ululare alla luna accartocciato su me stesso su quanto splendide siano le immagini, e la forza di una freccia che precipita (luna che comunque non c’era, ma conta il principio).
Tutto
deve succedere
molto
ma molto
lentamente.
E, possibilmente, con un pianoforte in sottofondo.
Affondiamo pure,
ma con calma.

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